giovedì 17 agosto 2017

Il Coraggio - Cristo, Pilato, Socrate e Aronne Piperno - Voli intorno al Maestro e Margherita

Pilato e Barabba
Capita un giorno di partecipare a un incontro nella biblioteca cittadina sulla filosofia greca, o meglio sulla visione della contemporaneità Con gli occhi dei Greci, proprio così si intitola il libro di Mauro Bonazzi, uno spunto per osservare la complessità in cui siamo immersi con occhi diversi.

Il discorso cade ovviamente su Socrate e sul Simposio, e su Alcibiade. Alcibiade sa perfettamente cosa sia giusto e cosa no, Laura Giordano in "Da Tucidide a Platone: il ruolo di Alcibiade nel Simposio"" sottolinea che Alcibiade ha perfetta coscienza delle proprie carenze 
MA
non riesce ad applicare la lezione di Socrate. ("Studi Classici e orientali" 43-1998).
Alcibiade aderisce ai valori di Socrate quando è con il filosofo ma una volta sciolto dalla sua compagnia aderisce al mondo dei valori dei molti, ο πολλοί.
Dall'altra parte, nell'Apologia, a Socrate viene proposto dai suoi compagni di riconoscersi colpevole e pagare con un'ammenda o l'esilio ma Socrate non accetta, non può accettare:

"ovunque andassi i giovani verrebbero ad ascoltarmi. Se io poi li allontanassi essi mi farebbero scacciare e se non lo facessero sarebbero i loro genitori a cacciarmi". - Non potrebbe allora starsene semplicemente zitto in esilio? No "sarebbe disobbedire a dio... il più gran bene per un uomo sta nell'indagare continuamente sulla virtù". (XXVII-XXVIII)

Socrate si vede come una levatrice e rinnegare il proprio pensiero significherebbe tradire la sua missione di educatore. Ugualmente nel Critone gli viene proposta una via di fuga ma di nuovo Socrate rifiuta.

Ok, ma che c'entrano Cristo, Pilato e Bulgakov?
Eh! C’entrano perché in quel momento stavo leggendo il Maestro e Margherita, o meglio Rileggendo a distanza di venti anni, scoprendo di non averci capito assolutamente una mazza durante la prima lettura.
Dunque leggevo e proprio il giorno dopo aver ascoltato di Alcibiade e della sua incapacità di aderire in toto ai valori di Socrate mi ritrovo al cospetto di Pilato:

“Vi era tanto tempo libero quanto ne occorreva, il temporale sarebbe scoppiato solo verso sera, e la codardia era indubbiamente uno dei vizi più terribili. Così diceva Jeshua Hanozri. No, filosofo, ti obietto: è il vizio più terribile di tutti!Era pronto a tutto, pur di salvare dall’esecuzione quel pazzo sognatore e medico completamente innocente!” (p.361)

La morte di Socrate Jacques-Louis David
La codardia, il più terribile di tutti i vizi.
Ed ecco che Socrate diventa improvvisamente precursore di Cristo. Il filosofo sente il dovere nei confronti dei suoi allievi di perseverare e non rinnegare quanto insegnato, così Cristo e soprattutto Pilato.
Pilato vede l’innocenza di Cristo/Hanozri e lo vuole salvare nonostante tutto, portarlo in Cesarea e probabilmente trascorrere il tempo che gli rimane a discorrere e filosofeggiare con questo uomo, il più giusto degli uomini, il più saggio.
Di notte, nei sogni, ha il coraggio di salvare Hanozri dalla condanna, di compiere ciò che è giusto.
Di giorno il coraggio viene a mancare, Hanozri viene condannato e ucciso.
In un dialogo con Marco Levi si fa mostrare la pergamena sulla quale sono trascritte le parole di Jeshua Hanozri: 
“il vizio maggiore… la codadria…” (p.371)

Lo lasciamo lì Pilato, pagine di silenzio in cui lo immaginiamo arrovellarsi il cervello, con la testa in preda alla peggior emicrania della sua vita una gran gastrite per non aver saputo prendere quell’unica decisione che avrebbe cambiato il corso della sua vita (e forse quello dell’umanità intera).
Pagine di silenzio in cui la sua storia viene taciuta ma diventa soggetto di qualcosa di più grande e attuale, un tarlo, l’opera del Maestro.

E poi finalmente
e Margherita vide che l’uomo seduto, i cui occhi sembravano ciechi, si stropicciava con forza le mani e affissava quei suoi occhi ottenebrati nel disco lunare. Adesso Margherita vedeva che accanto alla pesante scranna di pietra, su cui la luna faceva brillare scintille, giaceva uno scuro, enorme cane dalle orecchie aguzze e come il suo padrone, guardava inquieto la luna. Ai piedi dell’uomo c’erano cocci di una brocca spezzata e si stendeva, senza mai prosciugarsi, una pozza di color rosso-nero.Ecco, ho voluto mostrarle il suo eroe. Sono quasi due millenni che sta qui, su questo pianoro, e dorme, ma quando viene la luna piena, come vede, lo strazia l’insonnia. Essa tormenta non solo lui, ma anche il suo guardiano fedele, il cane. Se vero che la viltà il vizio più grave, il cane, forse, non ne porta la colpa. L’unica cosa che questo animale coraggioso temesse, era la tempesta. Ma chi ama, deve dividere la sorte di colui che egli ama.Dice, — rispose Woland, — una sola cosa. Dice che anche quando c’ la luna, per lui non c’ pace e che brutto il suo mestiere. Cos dice sempre, quando non dorme, e quando dorme, vede una sola cosa: una strada illuminata dalla luna, e vuole percorrerla e parlare con l’arrestato Hanozri perché, come egli afferma, non ha finito di dire qualcosa allora”

Con sollievo per tutti il Maestro libera Pilato dalla sua eterna pena, Cristo lo chiama per continuare quella conversazione interrotta quasi duemila anni prima.

Panchina Bulgakov - Mosca
Vengono i brividi, leggere questo passo di liberazione, sollievo, fine della pena per un uomo che per secoli rimpiange una decisione che non avrebbe potuto non prendere. Pilato come il Giuda del Jesus Christ Superstar forse, dannatore (? esiste dannatore?) e co-salvatore dell'umanità, pedina di una volontà superiore che, in un mondo dominato dal libero arbitrio non riesce a sottrarsi con la volontà al suo destino. 
Già, mentre da un lato l'accostamento Socrate/coraggio/Cristo denota la profonda anima filosofica della cristianità russa, la figura di Pilato sembra rinnegare tutte le teorie sul libero arbitrio

Oh!
Ero così contenta di questo parallelo inaudito e mi pascevo tanto in questa scoperta!
Finché non mi venne la brutta idea di prendere in mano “La morte di Socrate” di Lev Tolstoj

A Socrate avvenne quel che poi avvenne a Cristo. Socrate mostrava agli uomini la via della vita secondo ragione, così come essa gli si rivelava nella sua coscienza, e, nel mostrare questa via, non poteva non ripudiare quelle false dottrine sulle quali si fondava la vita sociale del suo tempo. E la maggioranza degli ateniesi, non essendo in grado di intraprendere la via indicata da lui, benché la riconoscessero come vera non potevano tollerare la condanna di tutto ciò che essi tenevano per sacro, e, per liberarsi dall'accusatore e dal sovvertitore dell'ordine costituito, avevano consegnato Socrate al tribunale per un processo, che doveva concludersi con la morte del condannato. Socrate lo sapeva e perciò non si difese.
Evitare la morte non è difficile, molto più difficile è evitare il male
Quando mi avrete messo a morte, voi susciterete contro di voi tutti coloro che vi accusano” p.144

Cristo è morto, la sua pena è finita, terminata, è risorto nella luce perché non si è piegato.
La pena di chi lo ha messo a morte invece è eterna, il biasimo nei confronti di Pilato, di Giuda e degli Ebrei continua nei secoli.
Ricordate il Marchese del Grillo? Aronne Piperno l’ebanista che il Marchese non vuole pagare per puro sfoggio di arroganza e sopraffazione?
E in più... tu sei giudeo e i tuoi antenati falegnami hanno fabbricato la croce dove hanno inchiodato nostro signore Gesù Cristo... posso essere ancora un po' incazzato pe' sto fatto?

OK, Aronne Piperno c'entra e non c'entra ma non riuscivo a togliermi la scena dalla mente.

E' tutto?
NO!
Perché passano due o tre settimane e Cristo e Socrate ritornano proprio dove non ce li si aspetterebbe.
Tra le pagine di Umberto Eco, "La Misteriosa fiamma della regina Loana", si parla di Gragnola, un conoscente, una vita fa...
"Gragnola invece viveva in un mondo intristito da un Dio cattivo, e l'avevo visto sorridere con qualche tenerezza solo quando mi raccontava di Socrate e di Gesù.Due che poi, mi dicevo, erano stati ammazzati, e quindi non vedevo che cosa ci fosse da ridere." p.350
Infatti non rideva, sorrideva con tenerezza.
C'è davvero da chiedersi se sia stata la figura di Socrate a essere plasmata su quella di Cristo o viceversa. Questo mito del coraggio, Socrate come Cristo, Alcibiade come Pilato...

Ci penserò in un secondo momento...

domenica 30 luglio 2017

Filippa Siccardi, il suo castello e un restauro dettato dall'amore




Un delizioso pomeriggio, un'impressione di bello e passione che indica la strada, o una strada per la conservazione del patrimonio culturale, architettonico e storico del nostro bellissimo Paese.

PS: se siete interessati solo alla parte storica andate direttamente alla fine del post.

L'occasione è l'evento“Omaggio a Filippa Siccardi, feudataria del Castello di Naro (1217-2017)", tenutosi al Castello di Naro, vicino Cagli, il 29 luglio di cui sono venuta a conoscenza sulla pagina Facebook de Il Medievalista
L'evento, ben organizzato e soprattutto ben strutturato, si divideva in tre parti: 

  • Conferenza della ricercatrice Elisabetta Gnignera, storica del costume medievale e rinascimentale
  • Visita al castello con Giovanni Melappioni, appassionato di storia medievale, scrittore e curatore del blog Il Medievalista
  • Rinfresco a base di tartufi realizzato in collaborazione con Tartufi Tentazioni di Acqualagna
L'evento verrà ripetuto e consiglio davvero a tutti di partecipare per trascorrere un pomeriggio diverso, deliziati dalla bellezza dei luoghi, dall'abilità dei narratori e dal piacere di un rinfresco gourmet.
Elisabetta Gnignera ha saputo egregiamente ripercorrere la figura della donna guerriera attraverso i secoli, dall'Iliade di Omero (VI s.a.C) al Morgante del Pulci (XVs.) passando attraverso l'Eneide con Camilla regina dei Volsci, le cronache di crociata di Imad ad-din, biografo di Saladino (XIIs.), la figura di Maria Puteolana, vergine guerriera di Pozzuoli descritta dal Petrarca, la Teseide di Boccaccio fino alle più note Giovanna d'Arco e Caterina Sforza. La relazione attinge da storia e letteratura ed è interpuntata da riferimenti a reperti archeologici e descrizioni dell'abbigliamento delle donne guerriere attraverso i secoli. Una narrazione leggera, piacevole, scorrevole adatta a ogni tipo di ascoltatore, non è necessario avere già conoscenze di tipo storico, la relatrice riesce a trasportare l'uditore attraverso i secoli grazie a parole e immagini sapientemente dosate.

Giovanni Melappioni è stata una piacevolissima scoperta, la conferma che per trasmettere un messaggio di tipo culturale ci vuole per prima cosa passione per la materia. E Melappioni di passione ne ha, trasuda entusiasmo a ogni parola e la visita alla rocca diventa occasione per spiegare l'evoluzione del castello nella storia e il fenomeno dell'inurbamento. E' uno scrittore lui e dove mancano i documenti storici provvede a riempire la lacuna con ipotesi ragionate in virtù della sua conoscenza del periodo.

Terza parte del pomeriggio l'aperitivo, è in questo momento che i proprietari del Castello si presentano e spinti dalla nostra curiosità raccontano di come l'incontro con questo posto sia avvenuto per caso e sia stato subito passione. L'acquisto per impulso, per essersi invaghiti di un portale e poi anni per realizzare il progetto del restauro che è davvero un capolavoro di sinergia tra archeologia e design. Ogni cosa è curata nei minimi dettagli, dall'uso di materiali e colori in armonia con il luogo, al giusto dosaggio di complementi d'arredo retrò e innovazione tecnologica (penso ai termosifoni del bagno principale o alla doccia con vista sulla valle), tappezzerie delicate, legni, camminamenti ricostruiti o inventati che aprono su di una vista mozzafiato sulla valle. Anche il verde circostante è disposto con la stessa cura maniacale, le file di giovani ulivi all'ingresso, le porzioni di terreno rialzate ove risiedono ortensie, rose o piante aromatiche e poi di nuovo la vista sulla valle, la stessa di Raffaello e dei grandi maestri del Rinascimento, quel senso di pace e tranquillità che è proprio dell'entroterra marchigiano dove l'Appennino è morbido, accogliente e ricoperto di vegetazione.

A Naro ho visto l'amore. 
L'amore dei relatori per la materia storica. 
L'amore dei titolari della Tartufi Tentazioni nella presentazione delle loro creazioni gastronomiche. L'amore della famiglia Stocchi per un angolo dimenticato della storia che hanno trasformato in una porzione di paradiso.


PICCOLO EXCURSUS DI STORIA
Spulciando in giro mi sono imbattuta nell'opera di Gabriele Presciutti,Maurizio Presciutti e Giuseppe Dromedari, un archeologo e due impiegati che animati da passione nei confronti del tesoro storico del loro paese hanno impiegato tre anni in ricerche tra Archivio di Stato e l'università di Urbino mettendo in fila minuziosamente materiale d'archivio e racconti di compaesani. L'opera è "Pianello di Cagli. Viaggio nella storia di una vallata", acquistabile su Vistaprint.
Il giorno dopo la visita mi sono dilettata a far combaciare l'accattivante storia di Filippa Siccardi ascoltata al castello con quanto letto nel libro di Presciutti e Dromedari. 

Filippa Siccardi, chi era costei dunque?
Una donna del 1200 feudataria del castello di Naro. 
All'inizio del XIII secolo le mire espansionistiche del comune di Cagli puntano sui territori circostanti, soprattutto quei castelli di proprietà di signori locali che ergendosi su promontori possono garantire ottimi punti di osservazione sul territorio e buone rendite. In pochi anni vengono assoggettati una cinquantina di castelli tra cui quello di Naro, i proprietari stringono un accordo con il Comune che compensa queste cessioni con beni e cariche comunali.
E' il 1219, l'accordo per il castello di Naro viene siglato da Filippo e Riccardo Siccardi, rispettivamente padre e fratello di Filippa. 
Nel 1227 i documenti dell'epoca riportano che Filippa Siccardi riconsegnò il castello al Comune di Cagli.
Cosa accadde nel frattempo si può ricostruire grazie al libro su Pianello di Cagli.
Due fatti concorsero a indebolire la forza del Comune e riaccendere le spinte autonomiste dei signori dei castelli:

  • Un'epidemia scoppiò all'interno delle mura di Cagli decimandone la popolazione 
  • Papa Onorio II consegnò il Comune di Cagli ad ad Azzo d'Este, marchese di Ferrara, di fazione guelfa filopapale
Perché il Papa consegnò Cagli a un Este? Posso ipotizzare che essendo il Comune filo-ghibellino ed essendosi espanso soprattutto a spese della Diocesi di Cagli, il Papa lo abbia voluto punire approfittando della crisi dovuta all'epidemia influenzale. Fatto sta che sette anni dopo, siamo nel 1227, grazie all'intervento di Federico II gli Este sono costretti ad andarsene e Cagli torna libero Comune. La crisi di Cagli dura sette anni (1220-1227) durante i quali i signori dei castelli si ribellano all'autorità accentratrice del Comune e tornano a insediarsi delle loro precedenti proprietà. Posso ipotizzare che anche Filippa Siccardi fosse ritornata in possesso del castello di Naro a seguito di quest'onda autonomista dei signori locali e che quando il Comune si fu riorganizzato ed ebbe ritrovato la sua forza si vide costretta a fare marcia indietro e riconsegnare il castello a Cagli. Deve comunque esserci stato un assedio visto che i documenti dell'epoca riportano che i castelli di Filippa furono riconsegnati piuttosto malconci.
Di Filippa null'altro si sa, il paragone corre veloce verso un'altra figura femminile forte che difese strenuamente i suoi possedimenti: Caterina Sforza, madre di Giovanni dalle Bande Nere, che si scontrò con il Valentino Cesare Borgia il quale mirava a unire le terre di Marche e Romagna sotto un unico principato filopapale nei primi anni del Cinquecento.

domenica 9 luglio 2017

ModenaModenaPark! Un viaggio nel tempo


Provo da una settimana a fissare le immagini, i suoni, gli odori di una giornata memorabile, una splendida giornata come direbbe LUI.

Il Primo luglio 2017 ha avuto inizio in realtà il 30 giugno nel momento di andarsi a coricare. Tutto era pronto. Pronti i vestiti, gli zaini, le scarpe, i viveri, tappi di plastica, tutto tattico, collaudato in decine di concerti che ormai ci rendevano veterani di live. Le bimbe le avremmo portate dai nonni a mezza mattinata per poi riposarci e definire gli ultimi dettagli del viaggio.

Già.
Il viaggio.

Era sempre stata nostra intenzione partire sul tardi della mattinata, mezzogiorno circa, sapevo già che strada dovevo fare, niente parcheggi organizzati che poi non se ne esce: avevo il mio quartiere di riferimento, Villaggio Z, appena sotto il Modena Park, residenziale, sconosciuto alla maggior parte dei 220.000, dovevo solo uscire a Modena Nord, uscita 17 e poi ce l'avrei fatta. Peccato che il casello di Modena Nord fosse chiuso a ogni tipo di traffico.
Chiamo l'Ivonne, la maestra delle elementari che è stata per anni vicina di casa della mia famiglia e mi conferma che stanno chiudendo le vie, chiusa la Giardini, penso di uscire a Modena Sud e accerchiare da Baggiovara ma era chiusa anche la Formigina e Jacopo da Porto. 
Mando Matteo a dormire dal momento che il giorno dopo doveva guidare, lo avrei raggiunto di lì a poco appena mi fosse passata l'ansia... invece rimango sveglia fino alle due a fare piani d'attacco alla viabilità modenese, le provo tutte registrando itinerari su Google Maps, trascrivendoli nel malaugurato caso scoppiasse il cellulare, dall'altro capo del telefono l'Ivonne mi mandava link di aggiornamento sulla viabilità.
Alle due crollo sul divano solo per svegliarmi alle cinque e mezzo, prendere una cofana di caffè e ricominciare da capo con gli itinerari, lo zaino, i biglietti cazzo, dove ho messo i biglietti? Ah, ok, sono al solito posto. Mica per niente ma ci è già capitato: partiti da Pordenone per andare al concerto di Eros a Padova, a Treviso mi sono resa conto di aver lasciato i biglietti in cucina... 
Per tutta la mattina in casa scavo un solco dalla sala alla cucina, dalla cucina in sala di nuovo, nel frattempo si sveglia la truppa e le bimbe non vedono l'ora di andare a fare vacanza dai nonni, benissimo, le portiamo in fretta così posso tranquillamente agitarmi a casa in attesa di partire. Devo aspettare le 13, orario concordato con Michi, collega, per incontrarci con lui e un suo amico e partire. Dopo un po' lo tartasso di messaggi: ma non possiamo anticipare? 15 minuti, 10? Fortunatamente il suo cellulare è mezzo schiantato e non riceve i miei messaggi farneticanti.
13 meno dieci, non resisto più e partiamo alla volta del pieno di gpl, ci incontriamo direttamente lì, sigarettina di decompensazione e...

VIA! Partiti per il ModenaModenaPark!

Autostrada deserta, scorriamo veloci e in un'ora e mezzo arriviamo a Modena Sud... mai successo! Mai successo sulla A14! Dopo Bologna richiamo l'Ivonne che mi dà indicazioni per raggiungerla, non avendo dove scrivere appunto la strada sul Signore degli Anelli... Tolkien non se ne avrà a male, dopotutto ha infarcito l'opera di canzoni e canzoncine perciò...
Prima rotonda a destra, seconda rotonda prendere la terza uscita e poi c'è un supermercato grande sulla sinistra... gli uomini in macchina prendono per il culo i riferimenti stradali donneschi ma raggiungiamo in due secondi, increduli, viale Amendola... strada deserta, posti auto deserti... ma davvero? Ma è la città giusta? Chiediamo numi a un indigeno, siamo a circa 3km dall'ingresso e non si vede una macchina... solo un lento, festoso fiume di gente di tutte le età a piedi o in bici.
Sono le 15, sulla Giardini ci prendiamo una birretta e chiacchieriamo con la barista e un avventore. Dilatiamo l'attesa del piacere, felici, con un sorriso ebete sulle labbra. Poi ci decidiamo a partire! Loro alla volta del Pit2 ingresso A.
Noi ci andiamo a prendere un caffè dall'Ivonne. 

Perché ModenaPark non è solo un concerto, è un viaggio nel tempo, nella mia infanzia, oltre la siepe della Giardini ci sono i palazzoni blu, il numero 15, casa. 

In un flash mi torna in mente il giorno in cui levai le rotelle dalla bici, i ruzzoloni giù per il garage, le scampanellate pomeridiane al compagno di classe che abitava un piano sopra, la collinetta verde con i cespugli pieni di scarabei, i miei Tati, le tigelle della Marisa e i Lego sotto il tavolo, Mimmo che mi voleva rubare i codini per dipingerci i muri, il misterioso CB del Tato, quella bimba vicina di casa che aveva per animale da compagnia una scimmietta, le macchinine con Valeriano, He-Man, il castello medievale dei Lego, il catalogo di Natale della Giochi Preziosi...


Il caffè dell'Ivonne è il più buono del mondo.

Dopo una mezz'oretta decidiamo che è tempo di andare ma mentre stiamo per imboccare lo stradone mi sento chiamare da una stradina, via del Luzzo, la seguo per dieci passi e a destra si apre il cortile della scuola elementare Don Milani.

Boom! Altra ondata di ricordi in faccia: i giochi della gioventù, la collinetta dove facevamo le foto di classe, i muretti e gli alberi dove ci arrampicavamo, le acrobazie, i cori di Natale...
Ci fermiamo lì fuori, sono quasi le cinque e ci concediamo una pausa per pranzare. All'ombra si sta bene, in giro non c'è nessuno, davvero i modenesi sono tutti andati via.
Percorro con la mente via del Luzzo fino alla chiesa, poco prima si gira a sinistra, si percorre un centinaio di metri e si è in pasticceria... il ricordo di quei bignè alla crema mi riempie la bocca... quasi quasi...
No. Ok. Mettiamoci in marcia, ci sono i controlli e non si sa quanto tempo ci vorrà per passarli.

Ci reimmettiamo nel fiume di gente felice e canterina, saltello, canticchio, Matteo è vigile accanto a me e ci scambiamo battute sugli spudoratissimi bagarini che gridano "Biglietto!!! Vendo un biglietto!!!", i due tipi appoggiati al palo dieci metri più in là hanno sicuramente la scorta di biglietti da qualche parte.

Poco dopo siamo dentro. Facciamo un giro intorno per vedere com'è la situazione e... WOW!!!


Un carnaio.
Teste, gambe, braccia, toraci, un mare umano in estasi che mangia, beve, canta e grida
Aleee Alealeale!
Vascoooooo
Vascoooooo

Eravamo 75.000 a Reggio per Italia Loves Emilia, 150.000 dagli U2 nel 1997, qui sembriamo non finire mai.
Impossibile entrare nel cuore del Pit3, non ci proviamo neanche, ci ritroviamo in un luogo ombreggiato tra il presidio dei Vigili del Fuoco e quello della Croce Rossa e stiamo bene lì, mentre la sera cala e i raggi del sole sono ancora caldi stendiamo gli asciugamani tra gli alberi e ci godiamo il pubblico rilassati, attorno a noi famiglie, tre generazioni di vaschisti, la più piccola che vediamo sta nella fascia di una mamma mora bellissima, i più anziani invece si son appropriati di una panchina.

Un parco qualunque, un sabato qualunque, se non fosse per le magliette, fascette, cappellini tutti vaschisti e per i fiumi di carrellini carichi di birra in bottiglie di plastica che ci passano davanti.

Matteo inganna l'attesa schiacciando un pisolino, io provo a leggere, impresa ardua in presenza di tanta umanità, sgranocchio caramelle gommose, bevo acqua.
La posizione è perfetta, ogni tanto passano sopra le nostre teste gli elicotteri, quello della polizia e quello SUO che ci guarda e si prepara... e ogni volta che sento il rumore mi viene da cantare The Wall dei Pink Floyd, è più forte di me.
E poi eccolo sugli enormi schermi il sole al tramonto, le note di Also sprach Zarathustra di Strauss... Nietzsche piace al Blasco, ogni tanto lo tira fuori nei suoi post, nelle interviste.
Silenzio per un istante e poi inizia la magia.

La magia di 220.000 persone che cantano e ballano sulle stesse note
Amo i concerti! 
La musica è una ma ognuno ci ritrova un ricordo, un attimo, una persona, un luogo e gli altri scompaiono e riappaiono. Vasco nasce in me nell'infanzia, quando con le compagne delle elementari si ascoltava di nascosto Coca Cola e Jovanotti a Sanremo aveva portato un testo che recitava "No Vasco, io non ci casco", gli anni Ottanta, da un lato i Supereroi positivi e dall'altro i cattivi drogati, Vasco era della mia terra ma ne veniva sputato fuori come erba cattiva, non era impegnato come Guccini, non era intellettuale come Dalla ma in qualche modo arrivava dritto come una cannonata e quando ti prendeva era per sempre, anche se non si andava a dirlo in giro.
In quinta elementare avevo una compagna di classe con due fratelli molto più grandi di noi che ascoltavano Vasco, mi fece una o due cassettine colme di ribellione: Fegato spappolato, Liberi Liberi, Dillo alla Luna... le cantavo a squarciagola senza comprenderne il significato. Liberi liberi la intonammo il giorno dei nostri esami di quinta, correndo per i prati.
Più grande era difficile non immedesimarsi in quella Giulia che si prendeva la vita che voleva, nell'anima fragile delle delusioni adolescenziali.
Testi semplici, musica in crescendo e quegli eeeeehhhhh, aaaaahhhhhh che quando li canti non puoi fare a meno che rivolgerti al cielo e spalancare le braccia.
Il mio Vasco è così, si canta guardando il cielo, petto in fuori, braccia larghe, il sorriso sulle labbra, agitando poi le braccia su di un'invisibile batteria. 
Per me sono solo messaggi positivi, la splendida giornata, vivere una favola, ogni volta che qualcuno si preoccupa per me... e l'incredibile quotidianità dei sabato del villaggio, di quell'asciugamano passato dopo la doccia, di quel ti voglio bene non l'hai mica capito... e dove mai si erano sentiti testi del genere? 
Eliminazione di aggettivi, avverbi, soppressione di tutto ciò che non sia sostanza, pensiero ridotto all'osso che permette al messaggio di arrivare dritto come un treno nei cuori che trova disposti ad ascoltare.

E poi c'è il sax!
Il sax nella musica rock che associo solo a Vasco e al Boss.
Perché non c'è nulla di più appassionante, sensuale e libero del suono di un sax in una canzone rock.
E ogni volta che ascolto quel sax soprano in Liberi Liberi mi spuntano le ali e sono di nuovo sui prati della mia infanzia.


Il mio viaggio nel tempo si interrompe per un po' e poi ritorno nel 1997, sempre Modena, un'altra vita, un nuovo incontro...

E oggi per me si festeggia quello, un'avventura che iniziò venti anni fa in un parco di Modena, parco Amendola, a due passi dal ModenaPark, iniziato con una corsa in due in motorino e sotto il cielo limpido a parlare di Ken il Guerriero. Dopo di allora avventure, chiacchierate, viaggi, concerti, studio, lavoro, due bimbe.

E allora il ModenaPark con i suoi fuochi d'artificio sul finale di Alba Chiara è anche per noi e per tutte le volte che guardandolo dormire a Torino e in tante altre città ho canticchiato
Tu che dormivi piano
Quasi non ti sentivo
Ed allungavo la mano
Tra le lenzuola il tuo viso
Io respiravo piano
In quel silenzio calmo
Il giorno entrava dal vetro
Più che indeciso sorpreso
Illuminava scontroso il tuo viso
Geloso o forse stupito
Ma ecco i tuoi occhi si schiusero appena
da quanto tempo sei sveglio?

Io sono qui da sempre anima mia

venerdì 9 giugno 2017

Eco - roba da onanisti



Un thriller, un giallo della mente. Seguire tutti gli indizi, anche quelli falsi come la misteriosa fiamma. Una ricerca spesso fuorviante di Madeleinettes proustiane, una memoria di carta e Logos che si è perduta e si cerca tra le carte.
Tutto riconduce a un solo ricordo
Il Vallone
Sguish
La nebbia (fa tanto Fenoglio)
E gli indizi giusti si mescolano a tanti falsi
Elementare caro Whatson
Ma di elementare non c'è proprio nulla.
Un vaso di Pandora di citazioni, frasi, canzoni, fumetti, autori... Se non vi piace sentirle non leggetelo anzi, lasciate proprio perdere Eco, è roba da secchioni onanisti, gente che non ha una vita, roba da Sorrentino.

Pascoli, Chopin, Die Hard, Cioran (chi era costui? Ho trascorso una deliziosa mezz'ora a scoprirlo)
Bacchettata sulle dita caro Yambo! Dovevi ricordare che Pound scrisse su "Il popolo di Alessandria", perché ti sorprende? Anime gemelle separate alla nascita, tu che hai pensato che il mondo derivi da un'improvvisa incontinenza di Dio e lui che teorizzava che l' intero universo fosse frutto di una scoreggia cosmica.
No?
Ma alla fine di tutto questo sfogo di cose, parole, nomi cosa resta?
A me resta una domanda.
Che ne è stato dell'in-folio del 1623?

venerdì 2 giugno 2017

Il lupo della steppa - le identità multiple


Sin dalle prime battute il Lupo della Steppa si manifesta come proiezione dell'autore e del lettore, accomunati dalla stessa malattia dell'anima, una malattia borghese figlia della scuola guglielmina ma anche di quella vittoriana, una malattia che si sviluppa nei primi anni di vita a seguito di un'educazione troppo rigida che mira a spezzare la volontà, plasmare i giovani secondo le regole borghesi della morale e dell'utile scorgendo nel bello e nel piacere qualcosa di solamente accessorio, voluttuario, potenzialmente pericoloso e traviante. Prove di queste imposizioni si ritrovano nelle lettere alla sorella Adele: 

"Accadeva spesso che mamma e papà esprimessero approvazione per una poesia o un componimento musicale, aggiungendo però subito che tutto ciò, naturalmente, era solamente atmosfera, solamente vuota bellezza, solamente arte, senza mai attingere un valore elevato come la morale, la volontà, il carattere, ecc. Questa teoria mi ha rovinato l’esistenza e da essa mi sono distaccato senza possibilità di ritorno"

Tutte le opere maggiori di Hermann Hesse raccontano di uomini dilaniati da una dicotomia di valori, bene-male, luce-ombra (Abraxas), religione-arte, mondanità-spiritualità, natura-spirito e anche il Lupo della Steppa vive ritenendo che la sua persona sia scissa in due: il borghese e il Lupo. Nel borghese include tutto ciò che è socialmente e moralmente accettabile, nel lupo le ombre del suo carattere.

La narrazione si struttura per scatole cinesi: siamo di fronte a un giovane che ha conosciuto il Lupo (Harry Haller), ne ha trovato il diario e decide di darlo alle stampe. Così si inizia con la prefazione del curatore, il giovane  conoscente di Harry, segue il diario degli ultimi giorni di Harry e, all'interno del diario, un libretto, una dissertazione sul Lupo della Steppa e introduzione al teatro magico.. Tre narratori, tre punti di vista: il conoscente superficiale, il protagonista e un ignoto scrittore.

Harry è malato, tormentato nell'anima. La malattia dell'anima di Harry è la nevrosi di un'intera generazione in bilico tra due tempi, impossibilitata a riconoscersi nell'una o nell'altra, è un atto d'accusa contro la borghesia che limita lo spirito, è una crisi spirituale, è l'essere immersi nell'atmosfera borghese del fare mentre si desidera la contemplazione.
I nuovi ideali, il nazionalismo e la ricchezza hanno cacciato i vecchi, la poesia, la bellezza, la pace, la filosofia, Harry si trova in un periodo di transizione, prova nostalgia per ciò che è stato e sente tutta l'incompatibilità tra ideali differenti, Per questo si fa lupo e si rinchiude nell'isolamento. Il Lupo si sente talmente al di sopra degli altri esseri umani che ritiene di non vivere nemmeno nello stesso mondo, indossa i suoi pensieri come un'armatura e a loro dà la colpa della distanza tra sé e il genere umano, non tenta nemmeno più il confronto, il dialogo, cercava di allontanarsi dal mondo per meditare ma si è allontanato troppo e ora scopre che il mondo può benissimo fare a meno di lui.

Il curatore delle memorie di Harry rimane stregato da questa sofferenza

p.39 "sentivamo di essere inferiori a lui poiché si capiva che aveva pensato più degli altri, e nel mondo intellettuale possedeva quell'oggettività quasi fredda, quella sicurezza di pensiero e di sapere che hanno soltanto gli uomini veramente dotati di spirito, i quali sono senza ambizione e non desiderano mai di brillare o di persuadere gli altri o di aver ragione a ogni costo"

C'è ammirazione negli occhi del giovane conoscente e commiserazione verso questo uomo estraneo che l'educazione ha portato a odiare se stesso a tal punto da non riuscire più a provare empatia verso gli altri. Profondamente cristiano e martire lo descrive ma può un uomo che odia se stesso amare gli altri e quindi vivere cristianamente?
No
Harry parla di sé con ὕβϱις, con superbia, rivendicando per sé il ruolo di guida. Sottolineando la differenza tra sé e gli altri perché non cerca di persuadere o aver ragione?
Ho come l'impressione che non si tratti in realtà di mancanza di ambizione ma di un livello di superbia tale per cui nel riconoscere l'inferiorità dell'interlocutore non si ritenga degno il confronto. Oppure trattasi di un pacifismo talmente estremo da rifuggire qualsiasi ostilità financo il confronto pur di non trovarsi in un'opposizione.
p.40 "l'occhiata del lupo della steppa trapassava tutta la nostra epoca, tutto questo lavorio affaccendato, tutta la smania di arrivare, la vanità, il gioco superficiale di una spiritualità terra terra e piena di albagia... Penetrava fin nel cuore dell'umanità... Quello sguardo diceva: "Vedi come siamo scimmiotti!"
Giudica il prossimo alla stregua di scimmie, trapassa l'epoca, la società ma così facendo trapassa anche l'umanità, il bello, la capacità di sentire e amare. E' vero in realtà che tra le scimmie include anche se stesso ma il fatto di essere a conoscenza di questa brutalità in un certo modo lo affranca e lo eleva. In realtà la superbia gli gela l'anima. Non si può ammirare, solo compatire.

p.41 "Era un genio della sofferenza e aveva coltivato una capacità di soffrire illimitata, geniale, spaventevole. Compresi pure che il suo pessimismo non era fondato sul disprezzo del mondo ma sul disprezzo di sé poiché, pur parlando senza riguardi e spietatamente di istituzioni o persone, non escludeva mai se stesso, anzi era sempre il primo bersaglio delle proprie frecciate, era sempre il primo contro il quale rivolgeva il suo odio e la sua negazione"

Un martire dunque, cresciuto nel più rigido e amorevole spirito guglielmino di dedizione alla famiglia e alla società, rinnegamento del proprio io, annientamento delle proprie pulsioni per aderire a quelle della comunità. L'educazione ha fallito, la personalità non è stata distrutta ma è stata celata con il solo risultato di fargli odiare se stesso. Ciò che non sono riusciti a cancellare è diventato oggetto d'odio.
Ma odiare se stessi è odiare il prossimo perché non possono esservi amore e altruismo reali in un animo che odia se stesso. Poiché il prossimo siamo noi che ci riflettiamo negli altri e in cui gli altri si riflettono. L'odio di sé è odio verso ciò che ci rende uomini e non si uccide perché l'educazione religiosa impartitagli gli ha insegnato che il suicidio è peccato e il martirio è celeste.

Cosa resta dunque al misero cinquantenne Harry? Un pianerottolo curato dalla sua vicina di stanza, una pianta di araucaria profumata, un angolo di borghesia ordinata da gustare di nascosto rimembrando il passato, la sua casa d'infanzia, sua madre, tutto ciò che l'odio verso se stesso gli ha fatto perdere. Perché proprio il desiderio dei suoi genitori di fare di lui un perfetto borghese lo ha reso un lupo.

p.45 "Credo che anche lei si interessi ai libri e a cose simili; sua zia mi ha detto che ha fatto il ginnasio ed era bravo in greco. Vede, questa mattina ho trovato un pensiero di Novalis: lo vuol sentire? Farà piacere anche a lei".
C'è un mondo di tenerezza dietro queste parole, Harry trova un interlocutore insperato, sa che ha studiato e ritiene per un breve istante di poter parlare finalmente con lui e che questi possa finalmente capirlo.  Come quando all'estero incontri un connazionale e vieni percorso in un battito d'ali da un brivido di euforia e sorridi, così Harry mi è parso sorridere eccitato da un possibile dialogo con questo uomo che sente vicino a lui.

p.57/58 "Una notte mentre ero a letto sveglio recitai a un tratto alcuni versi, troppo belli e troppo strani perché avessi potuto pensare a metterli sulla carta, versi che al mattino non ricordavo più, eppure erano chiusi nel mio cuore come la noce grave in un vecchio guscio fragile. Altre volte quella scia luminosa mi appariva alla lettura di un poeta o quando ripensavo un pensiero di Cartesio, di Pascal, e quando ero assieme alla mia diletta mi portava nei cieli per tramiti dorati. Oh, è difficile trovare la traccia divina in mezzo alla vita che facciamo, in questo tempo così soddisfatto, così borghese, così privo di spirito, alla vista di queste architetture, di questi negozi, di questa politica, di questi uomini! Come potrei non essere un lupo della steppa, un sordido anacoreta in un mondo del quale non condivido alcuna meta, delle cui gioie non vi è alcuna che mi arrida? Non resisto a lungo né in un teatro né in un cinema, non riesco quasi a leggere il giornale, leggo raramente un libro moderno, non capisco quale piacere vadano a cercare gli uomini nelle ferrovie affollate e negli alberghi, nei caffè zeppi dove si suonano musiche asfissianti e invadenti, nei bar e nei teatri di varietà delle eleganti città di lusso, nelle esposizioni mondiali, alle conferenze per i desiderosi di cultura, nei grandi campi sportivi: non posso condividere, non posso comprendere queste gioie che potrei avere a portata di mano e che mille altri si sforzano di raggiungere. Ciò che invece mi accade nelle rare ore di gioia, ciò che per me è delizia, estasi ed elevazione, il mondo lo conosce e cerca e ama tutt'al più nella poesia: nella vita gli sembrano pazzie. Infatti se il mondo ha ragione, se hanno ragione le musiche nei caffè, i divertimenti in massa, la gente americana che si contenta di così poco, vuol dire che ho torto io, che sono io il pazzo, il vero lupo della steppa, come mi chiamai più volte, l'animale sperduto in un mondo a lui estraneo e incomprensibile, che non trova più la patria, l'aria, il nutrimento."

Harry anela al divino, a circondarsi di poesia, musica e perfezione, quella poesia perfetta ormai decaduta, rimpiazzata nella modernità da opere mediocri, spettacoli mediocri, musica americana svuotata dal significato e non trovando tracce di immortalità nella modernità si isola e si trasforma nel lupo. Lo scontro dei due mondi si manifesta nella vita quotidiana, nell'incomprensione delle gioie semplici, del cinema, dei caffè. L'estasi e l'elevazione non hanno spazio nella quotidianità e vengono accettate solo nella poesia, circoscritte a brevi momenti, piccoli luoghi, nicchie, tabernacoli da aprire o chiudere selettivamente. Chi accetta questo vive e trae piacere dalla vita compatibilmente con gli impegni lavorativi, familiari, di società. Chi non li accetta si autoemargina e fugge perché la bellezza e l'estasi sono il suo nutrimento, il suo respiro.

MA E' TUTTA ILLUSIONE!!!

Il Borghese e il lupo sono solo due delle molteplici personalità di Harry, di anime all'interno dell'uomo.

p.XVII "L'uomo è una cipolla formata di cento bucce, un tessuto di cento fili"

Non si sa da chi sia scritta la Dissertazione sul Lupo della Steppa ma apparentemente ne sa parecchio, conosce profondamente gli uomini come Harry e tutto ciò che ci è sembrato ammirevole e condivisibile in Harry a un tratto ci appare per ciò che è: semplice ipocrisia. Il lupo ritiene di non potersi vendere per denaro, di non poter avere un impiego od orari da rispettare, di non poter obbedire eppure la sua condotta è ipocritamente borghese in quanto non si vende solo perché non ne ha necessità, vive in ambienti borghesi e disprezza gli outsider, i criminali, le prostitute. La borghesia tanto rifuggita non è altro che aspirazione alla via di mezzo, all'unione di sacro e piacere, armonia, sopravvivenza.

Ma come affrontare questo paradosso?

p. 88 discutendo con Erminia di quanto accaduto a cena con un professore suo conoscente "Se fosse saggio riderebbe del pittore e del professore. Se fosse matto prenderebbe il Goethe e glielo butterebbe in faccia. Ma siccome è soltanto un ragazzino vuol correre a casa a impiccarsi"

Il saggio ride!
Il saggio vive!
Il saggio ama, balla!

Erminia lo dice a p.103 "Tu hai bisogno di me in questo momento perché sei disperato e ti serve una spinta che ti butti nell'acqua e ti richiami alla vita".

E' un ritorno alle parole di Novalis che si trovano nella prima parte del libro "La maggior parte degli uomini non vuole nuotare prima di saper nuotare" Harry aveva trovato ovvia quell'affermazione sostenendo che l'uomo non è fatto per nuotare "certo che non vogliono nuotare. Sono nati per la terra, non per l'acqua". Invece sì, sono nati per la terra, sono nati per l'acqua, sono nati per il cielo.

L'unica soluzione è l'umorismo che unisce e illumina tutte le zone della natura umana.
"Vivere nel mondo come non fosse il mondo, rispettare la legge e stare tuttavia al di sopra della legge, possedere come se non si possedesse".
Ridere di sé, della propria inadeguatezza e dell'inadeguatezza della società, sostituire agli ideali del nostro tempo un credo: Mozart, gli immortali e.. il teatro magico, il sogno puro, il grottesco, la follia.

p.151 "Succeda quel che vuole, almeno una volta voglio essere stato felice, sciolto da ogni legame, fanciullo, fratello di Pablo". Nuotare senza saper nuotare, lasciarsi andare, ridere.
La risata è salvifica, è ciò che ci protegge dalla schizofrenia. "Pensieri non ne avevo più, libero e sciolto mi lasciavo trasportare dalle onde della danza, dai profumi, dai suoni".

Harry Haller è guarito. Il lupo continuerà probabilmente a far parte di lui ma è tornato a essere solo una parte del caleidoscopio di anime che lo compongono.

domenica 21 maggio 2017

Elogio dell'Imperfezione - La Quest per il NGF


Se non fosse un'autobiografia potrebbe benissimo essere un romanzo d'avventura, una Quest, una Cherche, la Ricerca del Sacro Graal della neuroembriologia, Il NGF, il fattore di crescita nervoso, una proteina studiata ancora oggi per trovare la cura ad alcune delle più gravi malattie che colpiscono il sistema nervoso, come la sclerosi laterale amiotrofica (SLA), la malattia di Alzheimer e i tumori.
Tutto ebbe inizio al capezzale della sua tata, Giovanna, che prestava servizio in casa come governante. Rita aveva appena terminato il liceo femminile che a quell'epoca non dava accesso all'università, per tentare l'esame di ammissione alla facoltà di medicina doveva mettersi in pari nelle materie che al liceo femminile erano trascurate: latino, greco e matematica, dopo otto mesi trascorsi sui libri grazie a insegnanti privati nell'autunno del 1930 superò l'esame e fu ammessa all'università, all'epoca le ragazze del primo e secondo anno erano sette, tra loro Rita Levi -Montalcini e sua cucina Eugenia, tra le matricole come lei spiccava un sedicenne che primeggiava su tutti in materie come biologia, fisica e chimica, era Renato Dulbecco, Nobel per la medicina nel 1975.
Al secondo anno di medicina l'incontro con il mentore di tutta la sua vita, Giuseppe Levi, anche lui ebreo, si rincorsero, raggiunsero separarono e riavvicinarono per tutta la vita, fu lui ad assegnarle come primo compito il conteggio e l'analisi delle cellule nervose, attività che la scienziata portò avanti per tutta la vita.
Nel 1936 la laurea in medicina poi, con la promulgazione dell leggi razziali prese la decisione di trasferirsi in Belgio, dove già si era trasferito il professor Levi, all'avvento dell'occupazione nazista fece ritorno a Torino ma non potendo fare ricerca né esercitare la professione medica si costruì un laboratorio in casa a Torino e il professore si unì a lei e alle sue ricerche sugli embrioni di pollo.
Una strana coppia che di fronte all'orrore e all'ingiustizia imperanti tutt'attorno reagiva tuffandosi nella ricerca scientifica per trovare uno scopo al loro attaccamento alla vita.

"A distanza di tanti anni mi sono molte volte domandata come potessimo dedicarci con tanto entusiasmo all’analisi di questo piccolo problema di neuroembriologia, mentre le armate tedesche dilagavano in quasi tutta l’Europa disseminando la distruzione e la morte e minacciando la sopravvivenza stessa della civiltà occidentale. La risposta è nella disperata e in parte inconscia volontà di ignorare quel che accade, quando la piena consapevolezza ci priverebbe della possibilità di continuare a vivere."

Un simile distacco emotivo traspare dalle parole scelte in due punti importanti della narrazione: quando descrive per la prima volta la gemella Paola e quando narra della malattia e morte di suo padre. Nel descrivere la sorella utilizza termini impersonali "Questa era soltanto una delle differenze, palesi sin dai primi anni di vita tra noi. Le altre non meno significative, che rivelavano a prima vista la nostra gemellanza biovulare, trasparivano dall'aspetto fisico, dal carattere e dal comportamento". L'utilizzo del termine tecnico di "gemellanza biovulare", suona pesante e sgraziato, troppo lontano dalla percezione di come dovrebbe essere descritta una sorella, a maggior ragione gemella. 
Nella seconda occasione scrive "Alla fine di maggio papà soffrì per la prima volta di fenomeni circolatori cerebrali di brevissima durata" e poi "Il 30 luglio sopravvenne durante la notte una grave crisi anginosa... si aggiunse un dolore acuto all'emitorace destro". La Levi-Montalcini sta descrivendo la morte di suo padre e sembra invece che scriva di un paziente qualunque, come se con questo linguaggio impersonale si costruisca una barriera tra sé e la sua emotività, impedendosi di rievocare, a tanti anni dall'accaduto, emozioni che la turberebbero così come durante la seconda guerra mondiale si rifugiava davanti al suo microscopio per sfuggire alla barbarie. Gigi Magri la descrisse come "una specie di seppia pronta a schizzare inchiostro contro chi ti avvicinava", questa repulsione verso il contatto sia fisico sia emotivo potrebbe essere tra i motivi che consentirono all'amicizia/collaborazione con Giuseppe Levi di protrarsi così a lungo, fino agli ultimi anni di vita di lui che la vide sempre come una studiosa mettendo le sue capacità in primo piano rispetto alla persona.

Il libro scorre con una velocità straordinaria, scorrendo le pagine mi torna in mente Frodo e la Compagnia dell'Anello mentre affrontano mille ostacoli per portare a termine la sua missione: le leggi razziali, la guerra, la fuga a Firenze, l'attività di falsaria di documenti, la parentesi nella Croce Rossa e poi, finalmente, gli Stati Uniti dove potersi dedicare totalmente alla sua Quest senza più ostacoli. Etnia, sesso, ceto... nulla più contava, solo l'impegno, la dedizione, l'intuito.
E la squadra.
Nella Cherche classica l'eroe è soprattutto solo. Solo era Ulisse, soli erano Orlando, Perceval e Galahad. Con Tolkien la missione diventa di squadra, di Compagnia. Rita Levi-Montalcini ebbe notevoli compagni d'avventura: Giuseppe Levi, Renato Dulbecco, Viktor Hamburger, Herta Meyer e a ognuno di loro rende omaggio nella sua autobiografia sottolineando come i risultati ottenuti dalla ricerca siano possibili solo con la collaborazione, con lo scambio continuo di informazioni, idee, materiali. Se Herta Meyer non avesse messo a disposizione di Rita la sua unità di colture in vitro a Rio de Janeiro i successi della ricerca sarebbero stati molto più lenti.
Lo ammetto, a distanza di più di dieci anni mi brucia ancora. Mentre preparavo la mia tesi di laurea avevo raccolto materiale in mezza dozzina di biblioteche del Nord d'Italia, ero riuscita a ottenere microfilm di manoscritti trecenteschi e quattrocenteschi da Londra, Parigi, Madrid e New York. Ma una stronza di professoressa torinese mi negò il microfilm e altro materiale in suo possesso. Materiale pubblico pagato con le tasse di cui si era appropriata e che custodiva gelosamente nel suo studio. A distanza di più di dieci anni penso ancora a quel rifiuto che altro non è se non lo specchio dell'egoismo e dell'individualismo che dilaga in certe facoltà italiane. Parentesi personale chiusa.

A tratti fiaba, a tratti avventura, in ogni capitolo della prima metà dell'autobiografia si insinua la rivolta discreta e silenziosa. E tutto ha origine nelle parole di suo padre, uomo vittoriano in tutto quel che riguardava il lavoro e le relazioni familiari, manifesta atteggiamenti anarchici quando si tratta  di religione:
"Voi siete liberi pensatori. Quando avrete compiuto ventun anni deciderete se continuare così o se invece aderire alla fede ebraica o cattolica. Ma non ti preoccupare, se te lo chiedono, devi rispondere che sei una libera pensatrice"Così feci da allora, suscitando grande perplessità in chi mi rivolgeva la domanda, che non aveva mai sentito parlare di questo tipo di religione... Così eravamo diventati, prima ancora di imparare a leggere, scrivere e tanto meno pensare, "liberi pensatori", una situazione che rendeva ancora più acuto il senso di isolamento che nostro padre con questo compromesso sperava di evitarci.
Con una premessa simile e un'indole non propensa alla maternità o alla vita familiare queste parole si manifestano, contrariamente alle stesse intenzioni del padre, come un lasciapassare per decisioni future prese in autonomia, sfuggendo agli stereotipi dell'educazione vittoriana impartitale che, come scriveva Ruskin nel suo libro Sesame and Lilies "deve essere diretta non allo sviluppo della donna ma alla rinunzia di se stessa. Mentre l'uomo deve sforzarsi di approfondire le sue conoscenze in tutte le branche dello scibile, la donna si limiti a concetti generali della letteratura, arte, musica o natura. Questo le servirà a rendersi conto dell'immensa piccolezza del suo orizzonte e della sua nullità di fronte al Creatore".
Le parole del padre devono aver continuato ad affacciarsi alla sua mente se a distanza di tanti anni, tra le poche pagine dedicate al padre scomparso quando era ragazzina, c'è proprio questa esortazione, ripetuta due volte a poche pagine di distanza. Probabilmente lui aveva maturato questo concetto riferendolo esclusivamente alla religione perché era uomo e dunque aveva già tutta la libertà di pensare e manifestare il suo pensiero e la sua natura senza restrizione alcuna. Ma le stesse parole, liberate dal contesto religioso e applicate a ogni campo della vita, devono per forza aver avuto per la giovanissima Rita l'aspetto di un faro nella nebbia dei suoi anni di formazione. A volte semplici frasi ascoltate distrattamente in gioventù riescono a segnare lo svolgersi di una vita. Ripenso al libro di Michael Ende La Storia Infinita e alla scritta sul retro dell'Auryn, l'amuleto in grado di proteggere chi lo indossa, "Fa' ciò che vuoi" inteso come "Compi la tua vera volontà", una frase che silenziosamente mi ha accompagnata per tutta la vita senza che me ne accorgessi e che ha discretamente segnato il mio cammino. Ma non coscientemente bensì in modo latente come un istinto primordiale cui non si riesce a dare spiegazione ma si accetta e si contiene finché un giorno, per caso, mi tornò alla mente e mi tornò alla mente il libro da cui era tratta e ogni giorno ringrazio il suo autore per avermi indicato la via. "Fa' ciò che vuoi" è l'amuleto che mi protesse sempre e che mi protegge ancora, soprattutto dai cattivi pensieri :)

Nel terzo capitolo della parte quarta della sua autobiografia "Il miracolo del demone di Maxwell" viene narrato il suo rientro in Italia e l'inevitabile confronto con il contesto universitario e di ricerca statunitense, la carenza di fondi, la mancanza di considerazione, il servilismo dei sottoposti e l'anarchia di ricercatori e tecnici, così distante dal clima di collaborazione e gruppo che consentì alla loro attività di mantenersi a un livello molto superiore rispetto a quello dei colleghi. Di nuovo il gruppo, la Compagnia che per sei mesi dirigeva lei e sei mesi il collega Pietro Angeletti conosciuto alla Washington University con il quale si alternava anche oltre oceano. La sua fama e la fama del NGF attirarono laureandi e neolaureati che con spirito di volontariato contribuirono alla ricerca, senza paga se non la speranza di poter trascorrere un semestre con la ricercatrice oltre oceano, Mecca della ricerca scientifica.

In chiusura lascio le parole che Rita Levi-Montalcini dedica alla cerimonia del Premio Nobel che la vide protagonista. Parole dolci, fiabesche quasi, cariche di poesia, nelle quali si manifesta tutta la devozione e il rispetto per l'oggetto della ricerca cui ha dedicato la vita.

"Nella vigilia del Natale 1986, il NGF apparve di nuovo in pubblico sotto la luce dei riflettori, nel fulgore di un salone addobbato a festa alla presenza dei reali di Svezia, dei principi, di dame in festosi abiti di gala e gentiluomini in tuxedo. Avvolto in un mantello nero, il NGF s'inchinò al re e per un attimo abbassò la visiera che gli copriva il viso. Ci riconoscemmo nella frazione di pochi secondi, quando vidi che mi cercava tra la folla che lo applaudiva. Rialzò la visiera, e scomparve così come era apparso. Ritornò alla vita errabonda nelle foreste popolate dagli spiriti che di notte vagano sui laghi gelati del Nord dove ho trascorso tante ore solitarie della mia prima giovinezza? Ci rivedremo ancora, o in quell'attimo è stato esaudito il mio desiderio di tanti anni di incontrarlo e se ne perderanno definitivamente le tracce?"

La citazione dei laghi gelati del Nord è un ritorno alla sua infanzia e alla sua famiglia, un ricordo della sorella Anna, Nina, che voleva diventare una scrittrice come la sua beneamina Selma Lagerlöf, autrice di La saga di Gösta Berling di ambientazione scandinava che le sorelle Levi-Montalcini leggevano e rileggevano.

L'autobiografia si apre e si chiude in Scandinavia. Si apre con i sogni di bambina e si chiude con il successo di una grande donna di scienza.

martedì 18 aprile 2017

L'Amica - Clara Maffei e il suo salotto nel Risorgimento


Che libro meraviglioso!
Che donna meravigliosa!
Daniela Pizzagalli ricostruisce a partire dalle lettere private della contessa Clara Maffei il risorgimento milanese, quello straordinario crogiuolo di politica e letteratura che accese per due decadi i cuori di Milano.
Ne "La vita letteraria", scritto del romanziere Roberto Sacchetti in occasione dell'Esposizione Universale di Milano del 1881 la Contessa Maffei viene così descritta:

"Nel celebre crocchio delle contessa Maffei, tutte le arti hanno ormai delle tradizioni, perché da quasi mezzo secolo quei due salottini […] hanno ospitato tutte le notorietà italiane e tutti gli stranieri distinti che sono venuti a Milano"
"Uomini diversissimi per animo, intelletto, occupazioni, diversi nel terreno dell'arte, della scienza, delle convinzioni, degli interessi, s'incontrano in casa della contessa e diventano garbati fra loro, quasi cordiali. Molti non si parlano mai altrive che fra quelle pareti; fuori di là non si conoscono più."

Di lei Honoré de Balzac dice
"Parlava il francese con la grazia e l'eleganza di una parigina, col fuoco e la vivacità di un'italiana. Aveva familiarità con la nostra letteratura (...) Fatta per brillare in pubblico, per produrre effetto nei salotti più brillanti (...) Avrei dato dieci anni della mia vita per essere amato da lei per tre mesi."

Milano stava per esplodere. Nei caffè, nei teatri, nei salotti si incontravano e scontravano i più illustri rappresentanti della vita politica e artistica dell'epoca, nasceva l'editoria come la conosciamo oggi e ognuno apportava il proprio contributo alla causa italiana. C'erano salotti monarchici, altri repubblicani, salotti letterari o musicali ma quello della contessa Maffei non aveva pari per accogliere ogni tradizione e ogni novità con lo stesso delizioso garbo.
Grossi, Hayez, Liszt, Balzac, Manzoni, Verdi e poi Carcano, D'Azeglio, Cattaneo... una sola condizione veniva rispettata nella selezione degli ospiti del suo salotto: erano tutti rigorosamente antiaustriaci.

Quando ebbero inizio le cinque giornate di Milano il 18 marzo 1848 il salotto di Clara era il centro dell'attività letteraria e politica della città, il fervore della Maffei è reale e la speranza di libertà incendia gli animi delle signore milanesi che visitano gli ospedali, organizzano raccolte fondi, fabbricano bende con la biancheria di casa. 
Tutta la prima metà del libro è un ribollire di patriottismo e di speranza, prima mazziniana, poi sabauda, il fermento di quegli anni è tangibile nelle pagine e coinvolgente, sottolineato dai successi di Giuselle Verdi che le fu amico a distanza, anche lui catturato dalla sua irresistibile benevolenza.

La seconda parte del libro è più posata, conquistata l'unità d'Italia il fervore degli anni passati si affievolisce, irrompe la difficoltà della politica del nuovo regno dalle lettere dei suoi amici a Roma, le serate si fanno meno intense ma tutta Milano ancora riconosce alla contessa un ruolo dominante nella vita culturale del paese tanto che fu tra i pochi ad assistere il Manzoni nelle sue ultime ore.

Una donna esemplare, si separa giovane dal marito col quale non ha affinità e intraprende una dolce relazione con Carlo Tenca, letterato, giornalista e patriota italiano, ma nonostante questo mai si osò biasimare la sua condotta morale per questo. Discreta, colta, gentile, civetta quanto bastava per attirare l'attenzione degli uomini ma non abbastanza per suscitare biasimo nelle donne, mise a disposizione dell'Italia casa sua e lì l'Italia vi nacque tra musica, poesie e giornali. Come disse Tullo Massarani al funerale della contessa

"La Contessa Clara Carrara Spinelli Maffei ha in tutto il corso della sua rimpianta esistenza mostrato, senza quasi addarsene e certamente senza ostentarlo, come una donna, pur serbando il profumo di un fragile e raro fiore di serra, possa essere una forza, un impulso, un valore vero e vivo nelle grandi evoluzioni della storia"


IN QUESTA CASA
DIMORO' TRENTASEI ANNI E MORI' IL 15 LUGLIO 1886
LA CONTESSA CLARA MAFFEI
IL CUI SALOTTO, ABITUALE RITROVO DI INSIGNI PERSONALITA'
DELL'ARTE, DELLA LETTERATURA E DELLA MUSICA
FU PURE, TRA IL 1850 ED IL 1859
CENACOLO DI ARDENTI PATRIOTI TENACI ASSERTORI
DELLA INDIPENDENZA E DELLA UNITA' D'ITALIA