martedì 8 dicembre 2009

Ciao amore mio peloso

Ciao amore mio peloso.

Sei nata sotto il sole di agosto mentre dal cielo cadevano stelle e il giorno del mio compleanno sei venuta a casa con me.
C'era una cucciolata di micetti rossi, grigi, tigrati e neri, tutti bellissimi, tutti già presi in braccio dai loro futuri padroni, solo tu restavi nel cartone, guardavi in alto, buona buona, e io dissi "Voglio lei". In casa nostra non c'era nulla per te e andammo insieme a fare shopping: lettiera, ciotola, trasportino e tra gli scaffali del negozio facesti finalmente sentire la tua voce.
Micia chiacchierona.

I cuccioli di casa giocano rincorrendosi la coda nel bidè, tu lo facevi in una ciotola d'argento; hanno un collarino con sonaglio, per il mio matrimonio ti mettemmo un bel fiocco bianco al collo; mangiano per terra, tu sempre a tavola con noi e negli ultimi anni avevi scelto il mio ginocchio, dove aspettavi il tuo turno.
Gattostoviglie.

Compravo mezzo pollo e ce lo dividevamo: la polpa succosa a te e gli ossi da rosicchiare a me poi, buttati i resti, dovevo coprire la spazzatura con qualcosa di pesante per impedirti di rumarvi dentro e continuare il pasto. Mi è capitato, tuttavia, di trovare ossi in giro, sotto il lettone, confidavi nel mio sonno pesante. Rubavi il cibo da tutti i piatti, a mia nonna rubasti un'intera bistecca per mangiartela con soddisfazione sotto una poltrona della sala, anche le torte al cioccolato ti piacevano, le pizzelle, i gelati, una volta afferrasti con i denti la mia fetta di tacchino e fuggisti sotto il tavolo, ti inseguii e, tenendoti sotto il braccio sinistro, ti strappai la preda dai denti, la rimisi nel piatto e continuai a mangiare. Eravamo un po' disgustose io e te: una forchetta in due, una patatina mangiata muso a muso.
Micia famelica.

Quando eri piccola dormivi sul mio cuscino e, quando studiavo alla scrivania, sulle mie spalle. Poi non ti bastarono più e decidesti che sotto la lampada da studio era molto meglio e io cercavo di non occupare il tuo spazio coi miei libri. All'università ti facesti sfrontata e decidevi tu quando dovevo prendermi una pausa per coccolarti, ti acciambellavi sui miei testi, io ti guardavo e ti chiedevo "Beh?", tu mi guardavi e rispondevi "Meh!", dimenticavo le pagine e ti stringevo forte al petto, sotto il mio collo, e la tua soddisfazione era la mia gioia. Ma le nanne più goduriose erano quelle sul divano, nei pomeriggi del fine settimana, non bastavano mai ed ero tutta per te. Hai sempre preferito la mia spalla sinistra, col musetto sotto il collo e la zampina destra ad abbracciarmi. Sotto la copertina si raggiungevano temperature altissime, mi toglievo i calzini e lasciavo uscire i piedi dalla coperta.
In casa con Matteo vigeva per te una regola strettamente rispettata: quando tu dormivi su uno di noi, questi era costretto all'immobilità assoluta, divieto di alzarsi, anche per andare al bagno, e, se squillava il telefono, si parlava sottovoce per non disturbarti.
A Sacile avevi la tua postazione preferita: una scrivania davanti alla finestra e vicino al termosifone, vi ponemmo sopra una copertina in pile e un cuscino, ogni tanto chiamavo Matteo e dicevo "Guarda la Micia", non facevi assolutamente nulla, dormivi e russavi, ma era tanto bello guardarti che ce ne stavamo così, imbambolati, il mento sulla mano, orgogliosi della tua bellezza e appagati dalla tua serenità.
A Fano un posto caldo per te non c'era nello studio, allora mi toglievo la vestaglia, la adagiavo in terra e tu ti ci acciambellavi sopra. All'inizio quante fusa di gratitudine, poi hai cominciato a pretenderlo: ti mettevi ai piedi della scrivania e "Mao, mao, mao, mao", fino a che cedevo, mi spogliavo, buttavo i vestiti ancora caldi per terra e tu eri contenta.
La notte mi salivi sul petto , "prrrr", e nel buio vedevo i tuoi occhioni cerchiati di ombretto bianco, ti accucciavi, riponevi le zampine sotto il petto, a gallinella, e aspettavi paziente che mi svegliassi.
Micia sonnacchiosa.

Eri sempre la prima ad accogliermi alla porta, dietro di te veniva il Pelosetto che si stiracchiava. Matteo dice che sentivi che stavo arrivando con minuti di anticipo.
Qualche volta tentavi la fuga, perché le porte chiuse a te proprio non piacevano, di solito chiacchieravi, contenta di poter parlare finalmente con qualcuno, "Cosa hai fatto oggi Micia?", mi raccontavi la tua giornata e io ti raccontavo la mia "Sai, ho visto proprio un bel gattone qui sotto". Il Pelosetto vuole solo coccole, tu da me volevi di più, mi trattavi alla pari, da gatto a gatto, ci soffiavamo, ci annusavamo, ruggivamo, incrociavamo il collo sul letto. Anche con gli ospiti eri una perfetta padrona di casa, con te il comitato d'accolgienza era al completo, prima li scrutavi dal basso annusando le scarpe, poi salivi sul tavolo per metterti muso muso con i nuovi venuti, infine decidevi: o non ti interessavano e ti ritiravi nei tuoi appartamenti, oppure decidevi che potevano anche andare bene e ti accoccolavi sul divano con noi, magari sulle gambe del malcapitato che sentiva le tue unghiette perforare i jeans e sfiorare la carne e guai a toglierti, altrimenti gambe e jeans erano perduti.
Che caratterino.
Già, carattere ne avevi, una volta il veterinario di Fano, vedendoti impaurita e tutta incollata a me, per rassicurarti, volle farti una carezza e si avvicinò più di quanto tu consentissi. E' stato bravo, bravo davvero a schivare la tua zampata che mirava alla giugulare. Bruno invece eliminò il problema alla radice: eri nel suo garage per una sosta breve e lui doveva passare proprio di lì. Ti vide, minacciosa e soffiosa, con la mente lo avevi già sbranato. Tornò sui suoi passi e preferì fare il giro tutto intorno alla casa piuttosto che scontrarsi con te.
L'apice delle malefatte lo toccasti a Bellocchi: avevi un terrazzo tutto per te ed eri felice perché da lì arrivavi sul tetto e potevi scaldarti al sole sulle tegole. Matteo una volta si affacciò e scoprì che invece lassù ci andavi a fare i bisogni senza il tormento del Pelosetto. Ci volle un pomeriggio intero per ripulire tutto ma io mi ammazzavo lo stesso dalle risate.
In fondo eravamo noi i tuoi complici, come quando in due ti sorreggevamo per aiutarti ad acchiappare le farfalline attorno al lampadario. Avevi due umani al tuo servizio. Oppure quando, durante la nevicata del 1996 a Verona, la prima della tua vita, ti portai nel parcheggio e ti appoggiai sulla Uno della mamma per farti sentire la neve, non ti è piaciuto proprio, camminavi col passo dell'oca scrollando le zampine infreddolite. Poi ti riportai in casa e ti asciugai e riscaldai per benino. Davvero il freddo non ti piaceva. Avrei dovuto comprarti una casa col caminetto e accenderlo solo per te. Sai che ronfate con quel calore?

Come si fanno a descrivere quattordici anni della tua e della nostra vita?
Le fette di tacchino, i rotolini al sole di primavera, i tuoni che ti facevano fuggire nello stanzino o sotto i mobili di cucina, il rumore di scatolette aperte che ti faceva accorrere subito, il tuo sentirmi prima che arrivassi sotto il portone di casa e la tua apprensione quando mi sentivi triste. Chi sa se sapevi cosa erano le lacrime, quest'acqua salata che mi leccavi dal viso e che ti faceva fare le fusa e strusciare il tuo muso contro il mio, mi guardavi con i tuoi occhioni grandi e buoni e tornavo serena.
C'era qualcosa tra me e te.
L'ultima volta ti ho coccolata io, sul letto, ti ho portato una scatoletta di tonno in una ciotola per cena e ci hai tuffato dentro il muso, poi hai stretto i denti e non ne hai più voluto sapere. Il Panico.
La corsa dal veterinario, tu mi guardavi in macchina e miagolavi piano, avevi ancora delle cose da dirmi, il corpo ti abbandonava ma tu eri ancora lì. Sul tavolo ti accarezzavo la zampina, i tuoi grandi occhi dentro i miei e tu mi parlavi ancora. Poi ti ha portata via, giù per le scale, e io non ti ho vista più. La notte si è fatta giorno e poi ancora notte fino a che non sono caduta anch'io nel sonno.

Sento che questo dolore mi unisce ancora a te e non voglio separarmene, voglio tenermelo stretto come stringevo te, coccolarlo, come coccolavo te, nutrirlo dei tuoi e dei nostri ricordi. Mi resta questo, tre unghiette, due crocchini, un ciuffo di pelo.
Adesso è il dolore a tenermi calda la notte, ha preso il tuo posto. Tu che eri con me, su di me, dentro di me. Tu che eri amore puro, calore umano, dolcezza infinita, riempivi le mie braccia e il mio cuore... quanto le ho sentite vuote e pesanti riportando a casa la tua cuccia vuota.
Vorrei ricordarti al sole di primavera, baciata dai raggi. Tutto quello che riesco a ricordare sono i tuoi occhioni spalancati, terrorizzati, e la tua voce a dirmi "non mi lasciare", in un ultimo sguardo infinito.

Sei nata col sole e il sole è stato sempre con te, nel tuo mantello, nei tuoi occhi. Da quando sei andata via la mattina c'è un gran nebbione e di giorno solo nuvole.

Novembre fa schifo.

sabato 15 agosto 2009

Alba al porto

Con la mancanza di sonno e con molta intelligenza sono cresciuto un po' pazzo, penso, come tutti gli uomini che vivono sul mare molto vicini gli uni agli altri, e così vicini tuttavia a tutto ciò che è mostruoso sotto il sole e sotto la luna.
William Golding

Un panorama fatto di campanili e mare aperto dove è marcata a forti contrasti la linea che separa il cielo dall'acqua.
Credo che a volte si nasca col mare dentro.

lunedì 10 agosto 2009

Riccardo Prigioniero


Nel 1193, conclusa la spedizione in Terra Santa, Riccardo I si accingeva a tornare in patria. Venne catturato da Leopoldo V, duca d'Austria che lo cedette a Enrico VI, capo del Sacro Romano Impero.
Durante la prigionia Riccardo scrisse "Ja nus hons pris", Mai nessun prigioniero, diretto alla sorella Maria di Champagne, per esprimere il senso d'abbandono che lo aveva colto, lontano dal suo popolo, lontano dai suoi familiari.

Ja nuns hons pris ne dira sa raison Mai nessun prigioniero potrà esprimere
A droitement, se dolantement non: Bene quel che sente, senza lamentarsi:
Mais par esfort puet il faire chançon. Ma sforzandosi puo' comporre una canzone.
Mout ai amis, mais povre sunt li don. Ho molti amici, ma poveri sono i loro doni.
Honte i avront, se por ma reançon Saranno biasimati, se per non darmi riscatto,
Sui ça deus yvers pris. Son già due inverni che sono qui prigioniero.

Ce sevent bien mi home e mi baron, Ma i miei uomini e i miei baroni,
Ynglois, Normanz, Poitevin et Gascon Inglesi, Normanni, Pittavini e Guasconi,
Que je n'ai nul si povre compaignon Sanno bene che non lascerei marcire in prigione
Que je lessaisse, por avoir, en prison. Per denaro neanche l'ultimo dei miei compagni.
Je nou di mie por nule rentrançon, E non lo dico certo per rimproverarvi,
Car encor sui pris. Ma perché sono ancora qui prigioniero.

Or sai je bien de voir, certeinnement, Ora so bene, con certezza,
Que je ne pris ne ami, ne parent, Che un prigioniero non ha più parenti nè amici,
Quant on me faut por or ne por argent. Poiché mi si tradisce per oro o per argento.
Mout m'est de moi, mès plus m'est de
ma gent; Soffro molto per me, ma più per la mia gente,
Qu'après ma mort avront reprochement, Poiché, dopo, la mia morte sarà biasimata
Se longuement sui pris. Se a lungo resterò prigioniero.

N'est pas mervoille se j'ai le cuer dolant, Non c'è da meravigliarsi se ho il cuore dolente,
Quant mes sires mest ma terre en torment. Dato che il mio Signore tormenta la mia terra.
S'il li membrast de nostre soirement Se si ricordasse del nostro giuramento
Que nos feïsmes andui communement, Che entrambi facemmo di comune accordo,
Je sai de voir que ja trop longuement So con certezza che mai, adesso,
Ne seroie ça pris. Da così tanto sarei prigioniero.

Ce sevent bien Angevin et Torain, Lo sanno bene gli Angioini e i Turennesi,
Cil bacheler qui or sont riche et sain, Quei baccellieri che son sani e ricchim ora,
Qu'encombrez sui loing d'aus, en autre main. Che io sono lontano da loro, in mano ad altri.
Forment m'aidessent, mais il n'en oient grain. Mi aiuterebbero molto, ma non ci sentono.
De beles armes sont ore vuit et plain, Di belle armi e di scudi sono privi,
Por ce que je sui pris. Perché io sono qui prigioniero.

Contesse suer, vostre pris soverain Sorella Contessa, che conservi e protegga
Vos saut et gart cil a cui je m'en clain; Il vostro alto pregio Colui cui mi appello
E por ce que je sui pris. E per cui sono prigioniero.
Je ne di mie a cele de Chartrain, E non lo dico certo a quella di Chartres,
La mere Loëys.
La madre di Luigi.

Il realtà re Riccardo non fu abbandonato proprio da tutti, la madre Eleonora d'Aquitania scrisse più volte al papa Celestino III lettere accorate in cui implorava la liberazione del figlio:

Lettera I
"[...] Il nostro re è confinato e da ogni parte l'angoscia lo opprime. Voi vedete le cose, la caduta dell'impero, la malizia dei tempi, la crudeltà del tiranno che incessantemente forgia armi di iniquità dalla fornace dell'avarizia contro il re che, nel suo santo pellegrinaggio sotto la protezione del Dio dei cieli e il supporto della Romana Chiesa, ha catturato e costretto in catene e che sta uccidendo con la prigione. [...] Rattrista pubblicamente la Chiesa ed eccita i mormorii del popolo alle spese della considerazione che hanno di Voi che, di fronte a tale crimine, a tali lacrime, alle suppliche di così tante provincie, non avete inviato un messaggero a questi principi. Spesso, per cause insignificanti, i Vostri cardinali sono stati inviati in legioni, persino in regioni barbare; eppure per questa ardua causa comune non avete inviato un suddiacono o un accolita. Il profitto fa i legati oggi, non il rispetto per Cristo, né l'onore della Chiesa, né la pace dei regni o la salvezza delle popolazioni"

Lettera II
"[...] Padre di grazia, prego per la fama di abbondanza di vostra grazia, che liberiate l'innocente dalla bocca del leone e dalla mano della bestia. Quale vantaggio prendereste dal suo sangue, che è stato visto dalla vostra mano? Svegliatevi. Signore, perché dormite, alzatevi e non nascondetevi da noi per sempre. Se non il dolore di questa infelice peccatrice, o altissimo pontefice, possa il clamore del povero, la vista dell'incatenato, il sangue dell'ucciso, la spoliazione delle chiese e l'oppressione diffusa muovervi. [...] Quale scusa può modificare la vostra mancanza di cura quando è chiaro a tutti che avete il potere di liberare mio figlio ma non ne avete la voglia? nessun re, né imperatore, né duca è esentato dalla vostra giurisdizione"

Lettera III
"[...] Le mie viscere sono estratte da me, la mia famiglia è allontanata. Il giovane re (Enrico) e il conte di Britannia (Geoffrey), riposano nella polvere, e la loro infelice madre è destinata a essere tormentata irrimediabilmente dalla memoria della morte. Due figli rimangono a mio sollievo che oggi sopravvive per punirmi, miserabile e condannata. Re Riccardo è tenuto in catene. Suo fratello, Giovanni, riduce il suo regno con il ferro e lascia che si rovini con il fuoco. In tutto il Signore è crudele verso di me e mi attacca con la sua mano. I miei figli combattono tra loro in una lotta in cui, mentre uno è ridotto in catene, l'altro, aggiungendo dolore a dolore, medita per usurpare il regno con crudele tirannia.
[...+ Davvero Voi potreste offrire la vostra vita per lui, Voi che fin'ora non avete voluto dire o scrivere una parola. Tre volte ci sono stati promessi legati ma non sono stati inviati; se posso parlare francamente sono molto più "legati" (in catene) che messaggeri. Se mio figlio fosse in prosperità arriverebbero a una semplice chiamata perché si aspetterebbero ricca ricompensa."

Da queste lettere si intuisce che il papa preferisse temporeggiare per vedere un po' come andavano le cose: l'Inghilterra non era una potenza comparata al Sacro Romano Impero di Enrico VI così Celestino III si limitava a promettere ambasciatori senza però inviarli. Alla fine però, forse per il mutare delle circostanze, forse perché quella madre cominciava davvero a seccare, lanciò una scomunica prima contro Leopoldo V e, successivamente, contro Enrico VI. Contemporaneamente Eleonora trattò il riscatto del figlio pagando 150 000 soldi, un po' di tasca propria, un po' frutto di una tassazione straordinaria.
Re Riccardo tornò a casa e Robin Hood non c'entra niente.


lunedì 13 aprile 2009

Lisbona e il paradosso dell'ottimismo

Il giorno di Ognissanti del 1755 un terremoto pari al IX grado della scala Richter ebbe come epicentro la città di Lisbona provocando decine di migliaia di vittime. Il Portogallo era un paese fervente cattolico e la coincidenza della tragedia con una festività cattolica piombò teologi e filosofi in una situazione di empasse.

Eventi simili si erano già verificati, negli anni precedenti, in molte parti d'Europa ma il terremoto di Lisbona assunse un significato particolare grazie a Voltaire e al suo "Poema sul disastro di Lisbona" del 1756, destinato ad aprire un dibattito culturale che avrebbe coinvolto i maggiori filosofi dell'epoca.

Voltaire si inserisce nella polemica contro l'ottimismo metafisico già iniziata, proprio da lui, con il romanzo filosofico "Zadig" e che avrebbe trovato il suo culmine con il "Candide"; tale polemica aveva come bersaglio Leibniz e il suo concetto filosofico secondo il quale "tutto è bene nel migliore dei mondi" ispirato dal concetto della perfezione di Dio. Un disastro come la distruzione della città di Lisbona sembrò a Voltaire la più grande confutazione di ogni ottimismo filosofico o teologico.


O infelici mortali! O terra di pietà!

O cumulo spaventoso di tutti i flagelli!

Successione eterna di inutili dolori!

Filosofi illusi, che gridate "Tutto è bene",

accorrete, contemplate queste orrende rovine,

queste macerie, questi detriti, queste ceneri miserande,

queste donne, questi bambini ammucchiati l'uno sull'altro,

queste membra disperse sotto i marmi infranti;

centomila sventurati divorati dalla terra,

che terminano i loro giorni miserevoli sanguinanti, straziati e ancora palpitanti,

sepolti sotto le loro case, senza soccorso, fra orribili tormenti!

Direte vedendo questi orribili mucchi di vittime

"Dio si è vendicato, la loro morte è il prezzo dei loro delitti?"

Quale errore, quale delitto hanno commesso questi fanciulli

schiacciati, sanguinanti, sul seno materno?

Lisbona, che più non esiste, ebbe forse vizi maggiori

di Londra, di Parigi, immerse nei loro piaceri?

Lisbona è distrutta e a Parigi si danza.


è in quel "tout est bien", tutto è bene, che l'enfasi polemica si pone, la sofferenza umana non trova nessuna giustificazione nel provvidenzialismo e nemmeno la trova nell'idea di castigo divino, teoria avanzata da una parte del clero cattolico. 


A questo poema risponde Jean-Jacques Rousseau in una lettera del 18 agosto 1756. Il filosofo distingue tra "tutto è bene" e "tutto è il bene" dove l'articolo pone l'accento sulla bontà del creato nel suo complesso e non delle sue singole parti: «Uomo, sii paziente, i tuoi mali sono una conseguenza ineluttabile della natura umana e della costituzione di quest’universo. L’Essere eterno e benevolo che lo dirige avrebbe voluto tenerli lontani da te: tra tutte le varianti possibili ha scelto quella che aveva meno male e più bene o, per dire la cosa più brutalmente, se non ha fatto meglio vuol dire che non era possibile farlo»

 

Poi si sofferma sulla responsabilità di quella catastrofe:

"Restando al tema del disastro di Lisbona, converrete che, per esempio, la natura non aveva affatto riunito in quel luogo ventimila case di sei o sette piani, e che se gli abitanti di quella grande città fossero stati distribuiti più equamente sul territorio e alloggiati in edifici di minor imponenza, il disastro sarebbe stato meno violento o, forse, non ci sarebbe stato affatto. Ciascuno sarebbe scappato alle prime scosse e si sarebbe ritrovato l’indomani a venti leghe di distanza, felice come se nulla fosse accaduto. Ma bisogna restare, ostinarsi intorno alle misere stamberghe, esporsi al rischio di nuove scosse, perché quello che si lascia vale più di quello che si può portar via con sé. Quanti infelici sono morti in questo disastro per voler prendere chi i propri abiti, chi i documenti, chi i soldi? Forse non sapete, allora, che l’identità personale di ciascun uomo non è diventata che la minima parte di se stesso e che non vale la pena di salvarla quando si sia perduto tutto il resto?"

Avreste voluto — e chi non l’avrebbe voluto! — che il terremoto si fosse verificato in una zona desertica, piuttosto che a Lisbona. Si può dubitare che non accadano sismi anche nei deserti? Soltanto che non se ne parla perché non provocano alcun danno ai Signori delle città, gli unici uomini di cui si tenga conto. Del resto, ne provocano poco anche agli animali e agli indigeni che abitano, sparsi, questi luoghi remoti e che non temono né la caduta dei tetti, né l’incendio delle case. Ma che significa un simile privilegio? Vorrebbe forse dire che l’ordine del mondo deve assecondare i nostri capricci, che la natura deve essere sottomessa alle nostre leggi e che per impedirle di provocare un terremoto in un certo luogo basta costruirvi sopra una città?"

Una pregnante conclusione Rousseau la lascia nell'apertura dell'"Emile": "Tutto è bene nascendo dalle mani dell'autore delle cose e tutto degenera tra le mani dell'uomo."


La scossa di terremoto, che durò, riportano le cronache, sei minuti, provocò, l'ora seguente un'onda anomala dell'altezza di 12 metri che sommerse il porto e la città bassa.

Ecco come Voltaire immagina la scena nel "Candide":

Una metà dei passeggeri, sfiniti, stremati dalle inimmaginabili angosce che il rullio d'un vascello provoca nei nervi e negli umori tutti del corpo agitati in senso opposto, non avevano nemmeno la forza di allarmarsi del pericolo. L'altra metà urlava e pregava; le vele eran strappate, gli alberi spezzati, il vascello squarciato. 

[...]

Quando si furono un poco rimessi, s'incamminarono verso Lisbona; restava loro qualche soldo, col quale speravano di scampar dalla fame dopo esser scampati alla tempesta.

Hanno appena messo piede in città, piangendo la morte del loro benefattore, ecco che la terra trema sotto i loro piedi; il mare si gonfia spumeggiando nel porto, e spezza le navi ancorate. Turbini di fiamme e cenere coprono strade e pubbliche piazze; crollano le case, i tetti si rovesciano sulle fondamenta, le fondamenta scompaiono; trentamila abitanti di ogni età e sesso son schiacciati sotto le macerie.

[...]

Un ometto nero, familiare dell'Inquisizione, che gli stava accanto, prese educatamente la parola e gli disse:

“Si direbbe che il signore non crede al peccato originale; poiché, se tutto va per il meglio, non c'è dunque stata né caduta né castigo”.

“Domando umilissimamente perdono all'Eccellenza Vostra” rispose Pangloss ancora piú educatamente “perché la caduta dell'uomo e la maledizione entravano necessariamente nel migliore dei mondi possibili”. 


Anche Immanuel Kant si inserì nel dibattito filosofico originato dal terremoto di Lisbona pubblicando, nel 1756 "Storia e descrizione naturale dei fenomeni più considerevoli del terremoto che alla fine del 1755 ha scosso gran parte della terra". La tesi centrale è volta a dimostrare che i terremoti sono fenomeni naturali prodotti dalle stesse leggi di natura che reggono ogni altro evento sulla Terra conducendo un'analisi esclusivamente scientifica del terremoto pur non tralasciando considerazioni di ordine morale: l'universo di Kant è buono in quanto ordinato secondo leggi meccaniche impostegli da Dio difendendo così la peculiarità della scienza moderna, che esclude ogni causa finale, e l'ottimismo metafisico leibniziano.

Noi abitiamo tranquilli su un suolo le cui fondamenta vengono di tanto in tanto scosse. Edifichiamo senza darci troppo pensiero su volte le cui colonne talvolta vacillano minacciando di crollare

venerdì 10 aprile 2009

Ah perché non son io co' miei pastori?


Settembre, andiamo. E' tempo di migrare.
Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all'Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d'acqua natía
rimanga ne' cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d'avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh'esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l'aria.
il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquío, calpestío, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?


Gabriele D'Annunzio
Alcyone - Sogni di terre lontane
I Pastori

domenica 5 aprile 2009

Cappuccetto rosso

Cappuccetto Rosso è un racconto di tradizione popolare che ha conosciuto numerose varianti nel corso dei secoli, si ritrovano tracce della storia sparse per l'Europa risalenti fino al XI secolo. In una di queste versioni orali tramandate il Lupo, arrivato a casa della nonna, la divora lasciandone tuttavia un po' da parte. Quando Cappuccetto Rosso arriva il Lupo offre alla bambina un po' di carne e vino, corpo e sangue della nonna.

In Italia si conoscono tre versioni regionali di questa fiaba: una abruzzese e una lombarda.

La finta nonna, fiaba di origine abruzzese, narra di una bambina mandata dalla nonna a svolgere una commissione. Durante il tragitto deve attraversare il Fiume Giordano e la Porta Rastrello che, per farla passare, le chiedono di avere un po' del cibo che sta portando alla nonna.
Una volta arrivata a destinazione trova, un'Orchessa che la nonna se l'era mangiata tutta intera tranne i denti, messi a bollire in un pentolino, e le orecchie, che aveva fatte fritte. L'Orchessa, non riconosciuta dalla nipote, invita la bambina a mangiare quello che cuoce sul fuoco ma la bimba declina e s'infila nel letto con quella che crede sua nonna. Nota le mani e il petto peloso ma l'Orchessa, con una scusa, la convince che è tutto normale, quando però si accorge che l'Orchessa ha una coda si insospettisce e, con la scusa di dover fare i bisogni esce dal letto e scappa. Tornando a casa deve percorrere lo stesso tragitto dell'andata e il fiume, riconoscente verso la bambina, che aveva diviso con lui la merenda, la lascia passare ma sommerge l'Orca e la trascina lontano.
E' singolare notare come, con un atteggiamento molto mediterraneo, la bambina sulla riva si soffermi a "prendere a sberleffi" l'Orchessa che viene trascinata dalla corrente del Fiume Giordano.

Nella versione lombarda, "Il lupo e le tre ragazze", originaria dell'area del Lago di Garda, si parla di tre sorelle che si devono recare dalla mamma malata per portarle generi di conforto, due sorelle si lasciano spaventare da un lupo che sbarrò loro la strada, la terza, prima di partire, cuoce una torta piena di chiodi, e quando viene bloccata nella foresta dal lupo, gli dà da mangiare la torta chiodata. Il lupo però trama vendetta, si reca dalla mamma malata, la inghiotte tutta intera e si mette nel letto al suo posto. Quando la fanciulla arriva a casa della mamma viene anche lei mangiata dal lupo ma gli abitanti del paese, impauriti nel vedere un lupo in città, lo uccidono, gli aprono la pancia salvando madre e figlia.
Anche in questa versione si può sottolineare l'arroganza della bambina che, tornata a casa con la mamma, sottolinea il suo successo a fronte del fallimento delle sorelle.

Fu Charles Perrault  a rendere celebre la fiaba di Cappuccetto Rosso trascrivendola nei suoi "Racconti di mamma Oca" del 1697. In questo racconto viene congelata le versione che vede la mamma di Cappuccetto inviare la figlia dalla nonna malata. Cappuccetto incontra il Lupo che si mostra amichevole nei confronti della bambina, tanto da farle rivelare dove viva la nonna. Si lasciano con una sfida a chi arriva primo dalla nonna. Il Lupo è più veloce, arriva a casa della vecchietta, la mangia in un sol boccone e aspetta la bambina che avrà la stessa sorte della nonna.

In questa versione non c'è salvezza: nonna e nipote muoiono nella pancia del Lupo e Perrault conclude con tono moraleggiante:

"Da questa storia si impara che i bambini, e specialmente le giovanette carine, cortesi e di buona famiglia, fanno molto male a dare ascolto agli sconosciuti; e non è cosa strana se poi il Lupo ottiene la sua cena. Dico Lupo, perché non tutti i lupi sono della stessa sorta; ce n'è un tipo dall'apparenza encomiabile, che non è rumoroso, né odioso, né arrabbiato, ma mite, servizievole e gentile, che segue le giovani ragazze per strada e fino a casa loro. Guai! a chi non sa che questi lupi gentili sono, fra tali creature, le più pericolose!"


La versione dei Fratelli Grimm, "Kinder und Hausmarchen", ricalca la storia come viene narrata da Perrault ma la tramanda con un finale diverso: il Lupo, dopo aver mangiato nonna e nipote, si mette a dormire russando rumorosamente, questo insospettisce un cacciatore che entra in casa della nonna per accertarsi che stia bene e trova al suo posto il lupo con la pancia piena. Insospettito apre la pancia del Lupo dalla quale escono nonna e nipote, al loro posto vengono messe delle grosse pietre e per il grande peso il Lupo, fermatosi a bere al fiume, viene trascinato nelle acque e muore. 
Nella redazione della loro versione, i Fratelli Grimm raccolsero in verità due versioni tedesche, una delle due versioni fu trasformata nella storia principale, l'altra nel seguito che vede nonna e nipote nuovamente minacciate da un lupo ma, avendo fatto tesoro della precedente esperienza, riescono a trarlo in inganno e ucciderlo.

Nei precedenti post dedicati alle fiabe non mi sono soffermata, volontariamente, sulle interpretazioni che sono state loro date, soprattutto nel XX secolo, e non lo farò neanche questa volta ma c'è da riportare almeno il fatto che questa fiaba, vuoi per il colore rosso del cappuccio, vuoi per l'antitesi bosco-villaggio, vuoi per la figura maschile del cacciatore, sia stata la più soggetta ad analisi psicologiche, sociali e sessiste. Ho letto cose atroci a riguardo e ve le risparmio di cuore, lasciandovi solo solo immaginare come possa essere l'interpretazione chimico-metallurgica di questa fiaba.

Immagine: illustrazione di Gustave Doré

domenica 22 marzo 2009

L'Idiota

Chiuso Delitto e Castigo promisi a me stessa che non mi sarei mai più avventurata a leggere opere di Dostoevskij.
Anni sono passati e si assottiglia sempre di più la lista dei libri che riesco a comprare in libreria così, in un giorno, mi sono portata a casa "L'Idiota", "I Demoni" e "I fratelli Karamazov", dimenticati nell'angolo Remainders di FanoLibri.
Gli ultimi due cercherò di alternarli a letture più amene, il primo lo ho già fatto fuori.

La storia
Brevemente.
Il principe Myskin, dopo un lungo periodo trascorso in Svizzera per curarsi dall'epilessia, torna in Russia, a San Pietroburgo. In tasca pochi rubli, in compenso ha tanto da raccontare e quello che dice e come lo dice gli apre, non si sa come, le porte della buona società.
Si introduce nel salotto del Generale Epacin, conosce tre belle Epacine in età da marito e viene trascinato in un turbine di relazioni incrociate tra alta società in auge e decaduta che gli permettono di cogliere tutte le luci e tutte le ombre, le gelosie, le ossessioni, la superbia e la generosità di una società malata, ma quale non lo è, che gli si svela davanti agli occhi.
Da anima benvoluta ma compatita si trasforma in artefice del destino delle persone che lo circondano, grazie a un'eredità improvvisa che gli cade sulla testa in un momento narrativo che avrebbe, altrimenti, costretto lo scrittore a terminare il suo lavoro e posare la penna. Il caro vecchio espediente del Deus ex machina, in questo caso, anziché risolvere una situazione indistricabile, stravolge completamente l'andamento del racconto e lo pone su una strada nuova.
Personaggi del romanzo e lettore si interrogano sull'utilizzo che il principe vuole fare di questa grande fortuna e lui... si inginocchia davanti a una meretrice e le chiede di sposarlo.
Siamo solo alla metà del romanzo ma in realtà si è già svelato l'intento dell'autore e non vale la pena andare avanti con il resoconto della trama che sarebbe un lungo elenco di azioni e personaggi (una quarantina).
Come nella lettura del Vangelo non è tanto importante la sequenza delle azioni di Cristo quanto la figura del Salvatore, così per "L'Idiota" le differenti scene del romanzo servono solo a svelare la natura di questo Cristo del XIX secolo.

Le affinità con la figura di Cristo sono molte e sparpagliate per tutto il romanzo ma su due mi soffermo: l'amore per i bambini e la compassione, la capacità di comprendere le passioni altrui e, a suo modo, giustificarle e farle proprie.

La definizione di idiota sta stretta a una figura come quella del principe Myskin ma è del resto quella più vicina a descriverlo. L'idiota non giudica gli avvenimenti e le persone in base ai preconcetti della società ma in base a ciò che essi sono e a come gli si presentano, possiede il candore dei fanciulli e da loro viene compreso quando parla, come ci illustra un passaggio del libro:
"Per questo li chiamo uccellini, perché non c'è nulla al mondo di meglio d'un uccellino. Del resto nel villaggio tutti si adirarono con me soprattutto per un certo incidente... quanto a Thibaut (il maestro di scuola), semplicemente m'invidiava; dapprima non faceva altro che scuotere la testa e meravigliarsi che i bambini con me capissero tutto, mentre con lui non capivano quasi niente; poi prese a burlarsi di me, quando gli dissi che noi due non insegnavamo loro nulla, ma che essi avrebbero invece insegnato a noi. E come mai poteva invidiarmi e calunniarmi, quando egli stesso viveva in mezzo ai bambini! Grazie ai bambini l'anima si risana...".
Una persona cresciuta, insomma, che percepisce la realtà che lo circonda come farebbe un bambino e che come un bambino la espone, senza il filtro della moralità caduta degli adulti, delle invidie, delle gelosie, lui che avrebbe tutti i diritti di provare invidia per tutto ciò che non ha, almeno all'inizio: denaro, posizione sociale, salute. 

Con ingenuità non riesce a vedere le proprie miserie ma si accorge di quelle altrui, della tristezza e del dolore, e li porta alla luce, infrangendo il più grande tabù della società, alta o bassa che sia. Scavalca il muro di apparente benessere per portare alla luce, senza secondi fini, il male interiore, concentrandosi sul prossimo, compatendolo, estraendo dall'altro la radice primaria del dolore facendola propria.
La Compassione. 
Come Cristo di fronte alla folla protesse la meretrice portando alla luce le debolezze degli uomini, così il principe mostra compassione verso una mantenuta, Natasja Filipovna, e le chiede di diventare sua moglie:
"Natasja Filipovna, ve l'ho già detto poco fa che accoglierò come un onore il vostro consenso e che siete voi che fate un onore a me e nonio a voi. A queste parole avete sorriso e ho pure sentito ridere intorno, Forse mi sono espresso in modo assai ridicolo ed ero ridicolo io stesso, ma a me è sempre parso di... comprendere in che cosa consista l'onore, e sono sicuro d'aver detto al verità. Poco fa volevate perdervi irrimediabilmente, perché poi non ve lo sareste mai perdonato; eppure non avete nessuna colpa. Non può essere che la vostra vita si a perduta per sempre."
Tuttavia, contrariamente a quanto viene narrato nel Vangelo, proprio questa compassione fa comprendere alla donna quanto sia caduta in basso e quanto sarebbe ingiusto e vile accettare una simile proposta, accettare significherebbe forse un innalzamento della propria posizione sociale ma anche la caduta del principe. Fare mercato del proprio corpo la rende perduta nella società, accettare un simile matrimonio significherebbe perdizione eterna. Natasja lo sa  non accetta la proposta del principe:
"Grazie, principe, nessuno finora aveva parlato così con me, non hanno fatto altro che mercanteggiarmi, e nessun uomo dabbene ha mai chiesto la mia mano... Rogozin! Aspetta un po' ad andartene... Può darsi che venga con te."

Cristo ha salvato il mondo, Myskin non salva nessuno: il mondo si ribella a questo messaggio salvifico di compassione nonostante. Come Cristo, Miskin si propone di sacrificare se stesso e riceve un "No, grazie", il mondo preferisce tenersi il suo dolore piuttosto che ammettere il bisogno di essere salvato.

Più volte, durante la lettura, mi sono chiesta cosa accadrebbe se un nuovo Salvatore attraversasse il mondo. Mi sono chiesta se non fosse già tra noi, se non ci fosse già stato, se fosse stato ignorato. Se avesse ricevuto in risposta un "No, grazie".

Immagine: Cristo nella Tomba di Hans Holbein il Giovane.


domenica 15 marzo 2009




Niki non c'è più.
Ci avevamo messo un po' aper conoscerci: lei era birichina e non vedeva l'ora di portarmi in giro, io avevo paura di farle male  e non sapevo come prenderla. Imparammo l'una dall'altra nelle strade saliscendi di Verona, evitando accuratamente l'ora di punta e parcheggiandoci in luoghi improbabili.
La prima volta in autostrada fu verso Parma, la mia città natale. La nebbia si tagliava col coltello, ci siamo messe dietro le luci rosse di un camion e ci siamo fatte condurre per un po'. Poi, arrivate in città, si andò docilmente a parcheggiare in centro... come la prima volta a Trieste, conduceva lei, indicava la strada che sembrava conoscere e io la lasciavo fare. Casualmente o scientemente riusciva sempre a portarmi dove volevo e tutto quello che a me restava da fare era di trovarle un buon posto dove riposarsi un po'. L'unica città che non ha mai capito è Pesaro e ci perdevamo insieme nel dedalo di strade mal concepite, tra segnali stradali che appaiono e scompaiono lasciandoti col volante in mano e un punto interrogativo nella testa.
Con noi hanno viaggiato un po' tutti: Eros, Eagles, Battisti, Evanescence ma andava pazza per i Guns e quando in autostrada le facevo cantare "You could be mine" si sentiva una Ferrari.

Lei Ronzinante, io la Don Quixotte degli automobilisti a lottare contro mulini a vento marchiati Mercedes.
Ti ho voluto bene, Niki.

domenica 1 marzo 2009

Shopping perbenista

"Hai appena comprato questo libro sottile, innocuo, che ti fa fare bella figura davanti a quella manica di animali dei tuoi amici. Adesso sei una sorta di intellettuale e mecenate, qualcosa a metà strada tra un ricco e colto signore rinascimentale e quelli che amano e masticano la critica letteraria di Pancrazi. Te lo ha venduto un ragazzo nero, abbastanza cordiale e meno insistente degli altri (tipo pakistani con fiorellino rosso o astuccio di incenso), a un prezzo tutlo sommato modico, attorno ai 7 euro. Sei in un pub, oppure nella centralissima Via Dante, o in bocca alla Feltrinelli. Hai appena rimesso in tasca il portafoglio leggermente più sgonfio, non sei propriamente uno che nelle ultime elezioni ha votato qualche partito xenofobo anche se pensi che il flusso migratorio degli extracomunitari all'interno dell'Unione vada regolato. Ti stai rimirando un paio di scarpe con splendida cucitura a mano e stampe lignee e inizi ad avvertire, nel profondo del tuo cuore, una certezza: sei la migliore persona possibile della nostra società. Due birre gelate in meno e una botta di cultura e multietnicità in più. Pensi e cerchi anche di farlo capire a chi ti sta attorno. Cerchi di fare colpo sulla barista cerbiatta o la tua vecchia compagna di liceo con le tette grosse fino a terra. Alla fine lo hai comprato senza pensarci."

Questa appena citata è l'introduzione a un racconto raccolto nel libro "Questa è l'Africa" e sintetizza perfettamente la sensazione di chi, sorpreso nella pigrizia di una passeggiata per il centro, si trova ad acquistare un libro targato "Edizioni dell'arco".
Sono libricini che raramente superano le 100 pagine, agevolano una lettura veloce e, almeno per quanto ne so, non circolano nei canali ufficiali dell'editoria. Di solito te li propone un ragazzo alto alto, atletico e nero nero, con un bel sorriso aperto sulle labbra. Ti chiama "amica" perché non conosce il tuo nome ma sembra che riesca a individuare ogni volta la persona giusta perché è raro che non riesca a scambiare due parole e un sorriso con quelli che ferma.
Quando mi ferma non sono mai sola: a volte c'è mamma, molto più spesso c'è il Teo, dispone a ventaglio i libri e mi lascia scegliere. Io metto da parte quelli che ho già letto, che cominciano a essere numerosi, e gli chiedo informazioni sui restanti. Metto da parte anche i plagi di Gibran (ne ho letto già uno ed è stato abbastanza) e alla fine faccio la mia scelta. Infine si tratta sul prezzo, di solito riesco a cavarmela con un euro in meno a libro, ad acquisto concluso il libro lo volto e scopro che il prezzo che ho pagato è esattamente quello riportato in copertina.
Mi ha fregata anche stavolta, io lo so, lui sa che io so, ma continuiamo a guardarci negli occhi e a sorridere.
Poi ci separiamo e io continuo a passeggiare per il centro tenendo quei libri in mano come una bandiera.
E mi sento decisamente meglio.

domenica 15 febbraio 2009

Ceci tuera cela



Di solito non parlo di libri in corso di lettura ma, a mente fresca, devo fare un'eccezione.

Racchiuso nel cuore di Notre Dame de Paris di Victor Hugo c'è un capitolo che apre al lettore un'atmosfera da saggio: una dissertazione sulla funzione dell'architettura nel Tempo. L'architettura come grande libro dell'umanità.

In qualche modo cerco di tradurre e perdonatemi se il testo non corrisponde alle versioni italiane.

"Dall'origine delle cose fino al quindicesimo secolo dell'era cristiana incluso, l'architettura è un gran libro dell'umanità, l'espressione principale dell'uomo nei suoi diversi stadi di sviluppo, sia come forza, sia come intelligenza.

Quando la memoria delle prime razze si sentì sovraccaricata, quando il bagaglio dei ricordi del genere umano divenne così pesante e confuso che la parola, nuda e volatile, rischiò di perdersi sulla strada, li si trascrisse sulla terra nel modo più visibile, durevole e naturale. E' stata sigillata ogni tradizione sotto un monumento.

L'architettura fu dapprima alfabeto. Si piantava una pietra in piedi ed era una lettera, e ogni lettera era un geroglifico, e su ogni geroglifico giaceva un gruppo di idee come il capitello sulla colonna. Ritroviamo la pietra innalzata dei Celti nella Siberia asiatica, nelle pampas d'America."

"Più tardi si fecero le parole. Si posò la pietra sulla pietra, si accoppiarono queste sillabe di granito".."Infine si fecero i libri. le tradizioni avevano generato simboli... tutti questi simboli crescevano, si moltiplicavano, si incrociavano, si complicavano sempre di più."

"Nel quindicesimo secolo tutto cambia.

Il pensiero umano scopre una maniera di perpetuarsi non solo più durevole e più resistente dell'architettura ma anche più semplice e più facile.

L'architettura è detronizzata. Alle lettere di pietra di Orfeo si succedono le lettere di piombo di Gutenberg."

"Venga il diluvio, la montagna sarà scomparsa da tempo sotto i flutti e gli uccelli voleranno ancora."

Per anni ho osservato le cattedrali senza comprendere la loro funzione, se non quella più palese di luogo di comunione, poi un professore mi aprì gli occhi e mi svelò il loro segreto. Una verità che per secoli è stata alla portata di tutti ma che si è perduta nel tempo.

Mi calo per un istante nei panni di una tessitrice del XIV secolo: mi reco in una chiesa della mia città ma assisto distante perché i posti mogliori sono occupati da persone molto più importanti di me, la voce del predicatore mi arriva lontana e comunque la messa è recitata in latino e io conosco solo il volgare, mi guardo attorno e ci sono strani simboli sulle pareti, sono scritte, mi dicono, ma io non so leggere.

In soccorso mi arrivano le immagini incise accanto a quei simboli: cavalieri, santi, l'Arcangelo Gabriele davanti alla Madonna, Gesù battezzato da Giovanni. 

Sacro e profano. 

Sui muri delle cattedrali si riportavano anche le gesta dei condottieri che si segnalavano nelle crociate, le loro armature, i cavalli bardati, gli stendardi.

La montagna di pietra è il libro che mi insegna la storia umana e la storia divina e la luce che filtra illumina le vetrate, anch'esse libri ma a colori ed evidenzia, nelle diverse ore del giorno, le diverse parti di questo manoscritto.

Hugo si spinge oltre dicendo che il libro cartaceo sopravviverà al libro di pietra, lo ucciderà, (ceci tuera cela) perché più agile e perché ne è maggiore la possibile diffusione ma, se è vero che i libri si moltiplicano e si espandono sulla terra diffondendo con loro la cultura, è anche vero che, ogni anno, milioni di persone si mettono in viaggio per leggere grandi libri di pietra come le Piramidi, Notre Dame e Stonehenge.

domenica 8 febbraio 2009

Ladri di libri




E’ notizia di oggi, riportata da Il Giornale:

“È l'eterno, maledetto male dei libri che ha colpito - è solo l'ultimo in ordine di tempo, ma certo uno dei più avidi che la storia dei ladri di biblioteca conosca,visto il numero di furti- un uomo di 46 anni, di Caponago, nel milanese, il quale negli ultimi dieci anni ha preso in prestito con documenti falsi in varie biblioteche di Milano oltre 5.000 volumi di particolare valore. Senza mai restituirli. Fino a che il direttore della Sormani, una delle biblioteche più colpite dal «ladro di carte», ha segnalato il caso alla polizia municipale. Dalle indagini è risultato che l'onnivoro lettore - dai gusti molto raffinati, c'è da dire - utilizzava una carta d'identità contraffatta e che in dieci anni di disonesto lavoro si era costruito, a spese dello Stato, una biblioteca personale da far invidia a bibliofili e collezionisti.”

In realtà la notizia l’ho appresa da Studio Aperto e sono andata a ricercarla su internet per approfondire l’argomento.

Su google cerco “Milano ladro di libri”… tanto per cominciare da qualcosa.

Esce una notizia tratta d a"Torino Oggi " dell'8 febbraio 2008: "Arrestato ladro di libri antichi", non è quello che cercavo: questo tizio i libri li rivendeva.

Poi è la volta del "Corriere della Sera ": Il milionario ladro di libri antichi". Si tratta di un milionario iraniano, laureato a Harvard e al Mit, con un'insana passione per le pagine miniate. Per anni questo signore si era recato alla British e alla Bodleian Library, si era infilato guanti bianchi, necessari per maneggiare testi antichi, e aveva asportato con la perizia di un chirurgo pagine da volumi preziosissimi. Il tutto è venuto alla luce quando un ricercatore, sfogliando il trattato di Sir Thomas Herbert, «A Relation of Some Yeares Travaille, Begunne Anno 1626» ha scoperto con orrore che alcune pagine erano state tagliate.

Lasciamo stare per un attimo la vicenda della biblioteca italiana: si sa come vengono conservati i beni artistici nel nostro paese, nel Paese di Paga Pantalone non gliene frega niente a nessuno e può dunque accadere che nessuno si accorga che un testo manca da una biblioteca da una decina d'anni... ma dalla British Library questo non me lo sarei mai aspettato... questa specie di santuario della cultura internazionale che gode di fama internazionale non solo perché custode di un patrimonio immenso ma anche perché centro di seria ricerca universitaria... si lascia prendere per i fondelli da un arzillo ladruncolo sessantenne

Adesso però mi salta alla mente un paragone forse inappropriato ma... che ci volete fare?

A casa lavoriamo in due, dalla mattina alla sera, e le pulizie di solito si fanno il venerdì sera insieme. Quando passo il panno della polvere, come ogni buona donnina di casa, sollevo i vari soprammobili, ciaffi e libri disseminati qua e là per essere certa che nulla sfugga all'implacabile swiffer. E sto parlando di roba che al massimo avrà qualche decina d'anni.

Possibile che testi antichi di secoli siano destinati all'oblio e alla polvere per anni fino a che allo studioso Pinko Pallino non viene in mente di aprire il volume X per scoprire che ne mancano delle pagine? A paragone i miei libri dovrebbero ringraziarmi visto che ormai trasloco in media ogni due anni e loro con me.

Però, detto tutto questo, un po' di comprensione per questo ladro milanese ce l'ho e mi piace comunque pensare che ebbe illustri predecessori: Francesco Petrarca confessò un giorno a un amico che per i libri provava un desiderio insaziabile e difficile da controllare; Giovanni Boccaccio si spinse a saccheggiare la biblioteca di un monastero per i classici contenuti e Poggio Bracciolini, grandissimo umanista, giustificò un suo furto in biblioteca dicendo che i volumi non erano conservati propriamente ma marcivano in uno scantinato.

domenica 1 febbraio 2009

Carmen





Ieri sera, al teatro della Fortuna di Fano, era in scena la Carmen di Bizet.

Sospetto che i vecchiacci dell'organizzazione volessero da principio tenersi la cosa per sé ma poi, accortisi che erano rimasti biglietti invenduti, si sono precipitati a rendere noto l'evento con manifesti e annunci su RadioFano.

Così il Teo martedì mi dice che sabato c'è la Carmen a Fano...
lo guardo un po' e gli chiedo "Perché? Ti interessa?"
Non mi fido della sua risposta e gli rifaccio la domanda almeno altre due volte "Ci vuoi andare davvero?".
Alla terza risposta affermativa mi fido e compriamo i biglietti su internet.

Risultato:
palco di primo ordine, senza possibilità di sceglier il posto, e ci ritroviamo a teatro appollaiati su sgabelli foderati di velluto a mo' di pappagalli.

Va beh! La prossima volta eviteremo di fare gli sboroni e ce ne andremo in piccionaia... lì almeno quando stai seduto non hai le gambe penzoloni.

Però il teatro è carino, piccolo, neoclassico e soprattutto privo di quella sgradevole aria, misto di vecchio e polvere, che si respira in luoghi simili, anche perché, abbattuto durante i bombardamenti tedeschi della Seconda Guerra Mondiale, ha riaperto solo negli anni Ottanta (a noi il Petruzzelli ci fa un baffo).

L'allestimento è fuori dagli schemi e ricorda, in qualche modo lontano, le rappresentazioni come dovevano essere al Globe ai tempi di Shakespeare: l'opera si svolge in platea con pochi spettatori a circondare la scena, il coro seduto ai lati, sinistra donne, destra uomini (sì, è seduto e ci rimane per tutto il tempo), l'orchestra è sotto i palchi frontali e, sul palco, un megaschermo che rimanda immagini dal vivo e immagini di repertorio.

Ed è qui il bello: la commistione di sacro e profano, tempi del canone e tempi moderni, l'opera si sradica dal contesto ottocentesco e si proietta nella Spagna di Franco, sul finire della guerra civile (1938-39), e se ne rinforza nel significato: Carmen e i briganti non sono solo ribelli ma anime della Resistenza al Regime. 

L'atmosfera franchista si respira maggiormente nel primo atto: ai lati della scena manifesti di Franco, alle spalle scorrono immagini del Regime, le parate, le rappresaglie, la guerra civile, le lavoratrici nelle fabbriche di sigarette quando il coro intona il motivo de "la fumée" e i bambini del coro che intonano "Nous marchons la tete haute / comme des petits soldats" richiamano alla memoria i piccoli Balilla e la platea rumoreggia un po' quando si atteggiano nel saluto romano.

Ma poi arriva lei, la Carmencita, e si ritorna nell'atmosfera del canone con la danza popolare Hebanera "L'amour est un oiseau rebelle".

Anna Malavasi è brava, è giovane, è bella... è Carmen come deve essere. La sua è un'interpretazione intensa e coinvolgente e il suo sguardo, rimandato dallo schermo, incanta e ammalia.

Bizet l'avrebbe amata.

Si susseguono le arie celebri, quelle che ci portiamo dentro senza nemmeno sapere da dove vengano: "Près des remparts de Séville", "Carmen, je suis comme un homme ivre" e finalmente entriamo nella taverna di Lilias Pastia, una sorta di bordello. Grazie al gruppo di ballo Balletto del Sud di Lecce l'atmosfera si scalda fino a diventare rovente, l'orchestra e il coro salgono di intensità, sulla scena prende atto un vero baccanale.


La musica è così coinvolgente che per una frazione di secondo dimentico di essere in un palco di teatro circondata da signore impellicciate, sbraccio e dondolo le gambe penzolanti, mi vorrei lanciare sul palco e abbandonare il mio trespolo infernale ma poi ritorno in me.

Perché l'opera non può essere vissuta come un concerto di musica rock? Perché non si può cantare e ballare e lasciarsi coinvolgere dalla musica? Quello che viene richiesto sul prato di uno stadio davanti a Vasco diventa sconveniente in questo contesto parruccone e bisogna celare l'entusiasmo e rimandare indietro le lacrime che montano agli occhi. Persino il Teo, durante l'ouverture, guardando la mia faccia inebetita davanti lo spettacolo, si è girato e mi ha detto di risollevare la mascella, che nel frattempo era caduta.

Quando entra Escamillo, il torero, mi sono già ripresa e subito gelata: se ne va talmente per conto suo che il direttore d'orchestra è costretto a cambiare ritmo e rallentare per farlo rientrare nella musica. Il pubblico non sembra rendersene troppo conto, del resto è l'unica imperfezione notevole della rappresentazione e viene subito dimenticata.

Alla fine del secondo atto, Carmen e i briganti decidono di rifugiarsi sulle montagne e di portare don José, brigadiere della guardia, innamorato di Carmen, con loro. Il superiore di don José tenta di fermarli ma viene bloccato, legato a una sedia e obbligato a guardare Carmen che, davanti ai suoi occhi, riduce in brandelli un manifesto di Francisco Franco, intonano il motivo di "la liberté" e il saluto romano del primo atto viene sostituito dal pugno chiuso riportandoci al tema della Resistenza.

I restanti due atti non posseggono la stessa intensità musicale dei precedenti ma non è colpa di questa messa in scena, forse semplicemente Bizet aveva già detto quello che voleva dire e doveva trovare un modo per concludere l'opera.

Accade anche nella letteratura e nel cinema che gli autori, presi da un tema coinvolgente, scoprano che il soggetto sfugge dalle mani e siano obbligati a riportarlo sui binari, a volte in modo banale. E' un difetto intrinseco di quest'opera ma non se ne può volere troppo a Bizet che, comunque, ha dato vita a un'opera coinvolgente nella trama e nelle musiche.

Nella celebrazione degli artisti la Malavasi è stata accolta da una meritata ovazione con lancio di rose.

Per un attimo mi sono aspettata che l'orchestra si rimettesse a suonare il tema della Corrida con battimani del pubblico a tempo come al concerto di capodanno di Vienna sulla marcia di Radetzky.

Ma non siamo davanti a Vasco, siamo all'opera, e bisogna frenare l'entusiasmo.

domenica 25 gennaio 2009

Psicopatologia del libro stampato


La passione per i libri stampati è cresciuta prepotentemente con me.

Ai tempi del liceo mi sono ritrovata, fortunatamente, in classe con alcune persone che amavano leggere, soprattutto classici così, quando si decideva di fare berna, invece di rinchiuderci al Florida, la sala giochi più affollata di Verona durante le ore di scuola, con un paio di miei compagni ce ne andavamo al maneggio, in riva all'Adige, a leggere libri ad alta voce. Quando il tempo invece non lo permetteva la nostra destinazione era il baretto della scuola, gli anziani del luogo bevevano il loro bianchetto e noi, davanti a tazze fumanti di cappuccino, ci inoltravamo in conversazioni letterarie che avevano per soggetti Foscolo e Leopardi.

In realtà non lo consideravo nemmeno "fare berna" ma quasi attività didattica e per me erano più influenti quelle ore di libertà e pensiero delle tante ore sprecate davanti alla prof sorda di chimica durante le quali si accendevano le radioline quando ci accorgevamo che non portava l'apparecchio.

La quinta ora del sabato poi per me era ora buca davvero perché avevo deciso di non frequentare le lezioni di religione, uscivo a mezzo giorno e, invece di affrettarmi a casa, me ne andavo da Gulliver, una meravigliosa libreria in via Mazzini, arredata con divanetti sui quali si potevano gustare assaggi dei libri che da possedere. Da Gulliver mi ritrovavo a spendere buona parte della mia paghetta per iniziarmi a Shakespeare, Goethe, Poe, Mellville.

Uno di quei sabati persi completamente il senso del tempo: tornai a casa dopo ore e beccai mia mamma in macchina al cancello pronta a venire a cercarmi dopo che aveva passato in rassegna tutti i numeri di telefono dei mie compagni di classe. I miei erano sicuramente alterati ma come si fa a tenere il broncio a una figlia che trascorre il suo tempo in libreria?

Un giorno trovai la libreria chiusa, per sempre, al suo posto il negozio della Benetton. Tutte le mie paghette non erano bastate a tenerla in piedi.

Ci sono voluti dieci anni prima che potessi entrare in un negozio della Benetton senza rancore.

I tempi dell'università sono stati i più belli e i più sofferti. 

Belli perché scoprivo autori nuovi, stimolanti e finalmente mi addentravo nel mondo della critica letteraria e della filologia.

Sofferti perché la maggior parte dei testi di studio erano ormai fuori commercio e questo mi obbligava a lunghe ore da trascorrere in copisteria, mortificando l'idea di libro a squallide rilegature a spirale.

Soffrivano i miei libri, relegati a solo contenuto, privi di forma, invidiosi dei loro vicini che si potevano fregiare di copertine vere e titoli sulla costa, riconoscibili alla vista e al tatto mentre i nuovi venuti erano tutti uguali, in una sorta di comunismo intellettuale.

Non resistevo a vederli così.

Ci sono voluti anni, e altri ce ne vorranno prima di completare l'opera ma tutti, a mano a mano, stanno passando sotto la macchina dello scanner per essere poi sistemati e impaginati in Word, formato romanzo 15 x 23, Georgia 10.

Per ridare loro dignità e forma oltre che contenuto.


Ci sono voluti anni e 250 euro ma alla fine di questa settimana mi vedrò recapitare a casa i primi trentatrè libri stampati grazie a ilmiolibro.it e non vedo l'ora di abbracciarli.








martedì 20 gennaio 2009

Ei sarà

La procellosa e trepida

gioia d'un gran disegno,

l'ansia d'un cor che indocile

serve, pensando al regno;

e il giunge, e tiene un premio

ch'era follia sperar;

Alessandro Manzoni – Il Cinque Maggio

 

Me ne sono stata per un po’ a pensare se fosse il caso di scrivere oggi del fatto del giorno.

Poi mi è venuta in mente quella pagina dei diari di Luigi XVI in cui, alla data del 14 luglio 1789, scrisse “Nulla”.

Ho ascoltato per radio il giuramento di Barack Hussein Obama, 44° presidente degli Sati Uniti d’America. Ho fatto in tempo ad arrivare a casa per vedere la fine del suo discorso di insediamento tenuto davanti a duecentocinquantamila persone e davanti al mondo. Sono andata su Facebook (che tanto ormai è citato pure dai giornali, e allora lo cito anch’io) e ho trovato i miei amici commossi.

Ma commossi da cosa?

Non mi capacito di questa attesa messianica che ha travolto il mondo.

Siamo davvero così stanchi che aspettiamo la venuta di un nuovo Salvatore?

Forse che quello che è già venuto non ci è bastato?

Ce lo siamo dimenticato?

Sicuramente, se dovessi immaginare un uomo destinato a cambiare il mondo preferirei che fosse vestito in giacca e cravatta e non di una tunica, oggi, probabilmente, l’uomo in tunica verrebbe additato come un folle.

Ma perché noi che siamo bianchi e italiani poniamo tante speranze in un americano di colore?

Dal settembre 2001 ci siamo resi conto che ciò che accade negli Stati Uniti accade anche in Italia, e la campagna elettorale di Obama è stata una campagna planetaria, ce lo siamo quasi visto in casa a stringere mani e baciare bambini con i suoi viaggi in Europa. Abbiamo commentato, più che in ogni altra elezione presidenziale statunitense, la formazione del suo governo e il suo mangiare in una rosticceria qualsiasi.

Pare davvero che lo abbiamo eletto noi.

E viviamo in questa sorta di aura magica che ricorda tanto le attese dei grandi eventi di ognuno di noi: un concerto, l’esame di maturità, un viaggio.

Ma che ci fa questo Obama?

Che ci ha fatto?

In che modo ci ha stregati?

Non sono portata a giudicare gli uomini per le loro idee e preferisco farlo per le loro azioni.

Per questo prendo di nuovo in prestito le parole del Manzoni e lascerò al mio giudizio di qui a dieci anni il compito di stabilire se la sua sarà stata vera gloria.

Per il momento mi godo la visione di questa folla che inonda Washington, commossa, in attesa.