mercoledì 1 novembre 2017

Viaggio al termine della notte - Guernica in lettere


Un aggettivo per questa opera?

Rivoluzionaria!

La madre di tutta la letteratura disagiata del XX secolo, da Sartre a John Fante, a Bukowsky a Kerouak. Tutto quello che è venuto dopo è semplicemente... venuto dopo, questo romanzo (romanzo?) segna uno spartiacque imprescindibile per la narrativa del 1900 dal momento in cui descrive con infinita esattezza tutto il disagio che si prova nei confronti di un mondo diventato all'improvviso troppo veloce, troppo cinico, un mondo che non sente più Dio e in cui l'uomo è finalmente solo, abbandonato a se stesso di fronte alla vita.

Chi può ignora
Chi non riesce a ignorare ha due possibilità: la depressione o l'ironia.

Nel periodo tra le due guerre, periodo in cui tutto ha perso senso, tutto viene messo in discussione e il mezzo con cui Céline mette in discussione la staticità, il canone ormai spazzato via dalla Prima Guerra Mondiale è il linguaggio.

Dopo la Prima Guerra Mondiale linguistica ha assunto ormai un'importanza fondamentale dandosi regole scientifiche. Il linguaggio è tutto: svela e determina gli oggetti e se da un lato il l. sembrerebbe opera dell'uomo - è infatti l'uomo che parla - per un altro verso l'uomo è rimesso al linguaggio e può pensare e dire solo ciò che rientra in un certo orizzonte linguistico che trova predefinito. E' il linguaggio che parla (Heidegger). Ecco dunque che la realtà misera in cui il protagonista Bardamu vive e narra può essa stessa essere considerata come generata dal linguaggio in cui viene narrata, l'argot, il dialetto, quello delle realtà disagiate, della miseria, degli ideali mancati e dei valori capovolti e può essere descritto solo con un linguaggio stravolto.

Nelle monografie sul naturalismo francese si esaminano Zola, Flaubert, Huysmans, Gide, l'arte descrittiva, il ritratto frammentario di Flaubert, l'effetto del reale citato da Roland Barthes con le descrizioni Balzachiane poste all'inizio dell'opera per inquadrare immediatamente il contesto storico e sociale, le accumulazioni di aggettivi e oggetti, le descrizioni statiche e dinamiche ma sempre ineccepibili dal punto di vista sintattico e lessicale.

Qui si va oltre il realismo di Balzac, oltre il naturalismo di Flaubert e Zola: il senso della realtà viene reso, in Céline, sia dal contenuto che dal contenitore, sia dal messaggio che dal mezzo.

La narrazione di Céline non è per nulla casuale: la sua è stata una dedizione totale al linguaggio, al lessico e alla sintassi andando a caccia di espressioni colorite, gergali, bestemmie che poteva udire in bocca ad amici, gente di spettacolo, pazienti con l'attenzione che avrebbe potuto dedicargli un antropologo o un linguista.

La resa del reale operata con sospensioni, stravolgimenti della sintassi e dei periodi rende il lettore partecipe in prima persona di quanto accade, come se si svolgesse di fronte a lui o come se gli si stessero raccontando i fatti nel momento stesso in cui accadono.

Tono, stile e linguaggio rendono lo squallore di una condizione umana degradata e degradante. Non c'è dramma nell'eloquio, non c'è tragedia o riscatto, non c'è simpatia verso i personaggi del romanzo, non c'è paternalistico senso di protezione, la lingua utilizzata, argot arricchito e il ricorso a registri grotteschi emergono come denuncia, grido senza possibilità di rivincita o redenzione.

Il protagonista Bardamu passa da orrore a orrore, da miseria a miseria: è un ambiente chiuso, senza sbocchi all'esterno, come se un'invisibile cinta muraria separasse il mondo dei miserabili dal resto di Parigi, lasciare questi luoghi di miseria è possibile solo per giungere in altri parimenti miseri: il fronte, l'Africa coloniale, l'America operaia, l'ambulatorio parigino, il manicomio. Ogni volta pare si accenda una fievole luce di speranza a illuminare Bardamu e ogni volta è lo stesso protagonista a spegnerla, a fuggire dalla possibilità di una vita "normale".

E come può esserci vita normale dopo gli orrori che ha vissuto o visto? come può esserci vita normale se la degradazione lo avvolge come una coltre pesante cui è impossibile sottrarsi? La degradazione è ormai parte di lui, senza possibilità di salvezza.

L'atmosfera del romanzo si regge più sul linguaggio, le parole, la punteggiatura che su descrizioni di ambienti, persone o pensieri. Non c'è introduzione a personaggi o luoghi: il lettore viene immerso, affogato quasi nell'opera e nella vita di Bardamu dallo stesso mezzo descrittivo.

Il linguaggio viene sfruttato come espressione dell'emozione umana e sprofondando il gergo nella melma conferisce alla narrazione quel rinnovamento e quella freschezza che gli scrittori del primo Novecento avevano a lungo cercato per superare il canone o per discostarvisi.

L'emozione trasmessa da Céline attraverso la parola sorpassa ampiamente qualunque metodo descrittivo fatto di aggettivi e avverbi. È brutale come sono brutali le emozioni. La punteggiatura violentata con eccessi o assenze rende la narrazione più vicino al flusso di coscienza di quanto lo fosse la stessa scrittura di Joyce o Proust. La successione di frammenti separati da semplici virgole rimanda l'immagine di uno specchio rotto che riflette, frammentata e distorta, l'immagine che ha di fronte eppure questa immagine risulta più veritiera di quella riflessa da uno specchio integro.

Il Voyage è Guernica di Picasso, il ritratto della guerra, dell'orrore, del caos più fedele di quanto possa essere una fotografia perché oltre a ritrarre visivamente riesce a rendere anche l'aspetto psicologico, la devastazione dell'osservatore di fronte all'orrore.

"Après ça, rien que du feu et puis du bruit avec. Mais alors un de ces bruits comme on ne croirait jamais qu’il en existe. On en a eu tellement plein les yeux, les oreilles, le nez, la bouche, tout de suite, du bruit, que je croyais bien que c’était fini ; que j’étais devenu du feu et du bruit moi-même. 
(...) 
Quant au colonel, lui, je ne lui voulais pas de mal. Lui pourtant aussi il était mort. Je ne le vis plus, tout d’abord. C’est qu’il avait été déporté sur le taus, allongé sur le flanc par l’explosion et projeté jusque dans les bras du cavalier à pied, le messager, fini lui aussi. Ils s’embrassaient tous les deux pour le moment et pour toujours. mais le cavalier n’avait plus sa tête, rien qu’ une ouverture au-dessus du cou, avec du sang dedans qui mijotait en glouglous comme de la confiture dans la marmite. (...) Tant pis pour lui !

"Dopo, nient'altro che fuoco e poi rumore insieme. (...) Ci ha riempito a tal punto gli occhi, le orecchie, il naso, la bocca, all'improvviso, il rumore, che ho creduto proprio che era finita, che ero diventato fuoco e rumore io stesso.
(...)
Quanto al Colonnello, a lui, non gli volevo del male. Anche lui però era morto. Non lo vidi più, di colpo. È che era stato dislocato sulla scarpata, allungato sul fianco dall'esplosione e proiettato fin nelle braccia del cavaliere a piedi, il messaggero, finito anche lui. Si abbracciavano tutti e due per il momento e per sempre, ma il cavaliere non aveva più la testa. Nient'altro che un'apertura sopra il collo, con del sangue dentro che borbottava con dei gluglù come la marmellata nella pentola. (...) Tanto peggio per lui!"

Questo riportato è a mio parere uno dei passi più indicativi del romanzo per come riesca a parlare per immagini materializzandole davanti agli occhi del lettore.

La traduzione a opera di Ernesto Ferrero nell'edizione Corbaccio è perfetta, per tutto il libro è perfetta, un lavoro immane per cercare di trasmettere tutto il narrato nel modo più fedele possibile.

C'è qualcosa di Picasso nel Voyage, non solo in questo passo ma in tutta l'opera. Ma c'è anche impressionismo nel modo in cui non viene mai data una descrizione dettagliata dei fatti quanto piuttosto una visione soggettiva e decisamente confusa da vicino che acquisisce nitidezza e significato a mano a mano che ci si allontana dal narrato, per questo il significato dell'opera non risiede tanto nei singoli episodi ma nella totalità del romanzo che, in una prima impressione, pare composto da una serie di racconti apparentemente slegati tra loro. 

Come osservò Gide a proposito del Voyage: "Non è la realtà quella raffigurata da Céline, è l'allucinazione a cui la realtà da vita".

Nel Voyage la forma è sostanza, la forma è essenza, diventa essa stessa narrato, non è più la lente trasparente attraverso la quale l'autore ci presenta la storia quanto piuttosto una lente deformante che ci fa percepire la visione dell'autore e del protagonista che è poi la visione emotiva dell'uomo di fronte alla disgregazione e devastazione del mondo moderno.

La lingua canonica, regimentata, strutturata dell'élite letteraria non è più sufficiente per riflettere la realtà all'indomani della Prima Guerra Mondiale. Come rendere la devastazione della guerra? Come rendere l'orrore del colonialismo in Africa, l'alienazione della catena di montaggio, la miseria dei quartieri popolari? Una lingua canonizzata che definisce le emozioni piuttosto che esprimerle risulterebbe fredda, asettica, più utile forse per un trattato sociale che non a una realistica visione.

Wittgenstein nel "Tractatus logicus-philosophicus" asserisce che il linguaggio è raffigurazione del mondo, immagine speculare non tanto degli elementi dell'immagine quanto della connessione tra gli elementi dell'immagine.

Nei primi anni del Novecento è tutto un ribollire di teorie sul linguaggio e sulla sua capacità di riflettere la realtà. In questo contesto di inserisce il Voyage con l'uso che viene fatto di vocabolario, sintassi, punteggiatura, intrinsecamente legati al mondo che raffigura: frammentato, enfatico, esploso e diventa esso elemento del mondo da raffigurare nella connessione con ciò che descrive, non più contenitore, non solo contenitore almeno, ma contenuto stesso della raffigurazione.

La connessione tra il mondo di miseria (sociale, economica e morale) raffigurato nel Voyage e l'argot, questo dialetto sociale e non geografico, può trovare supporto inoltre nell'ipotesi Sapir-Whorf sulla relatività linguistica che afferma che lo sviluppo cognitivo di ciascun essere umano è influenzato dalla lingua che parla. Al termine della sua vita il linguista Sapir arrivò a credere alla reciprocità di questa teoria ovvero che la lingua influenzi la cultura e vice versa.

Questa stessa reciprocità si ritrova nella lingua del Voyage in cui realtà e linguaggio sono talmente interconnessi da influenzarsi a vicenda.

Lo stesso George Bernard Shaw nel Pygmalion (1913) sottolinea come le differenze linguistiche siano fonte di discriminazioni: language is behaviour, il linguaggio è comportamento, se si parla in un certo modo ci si comporta di conseguenza e la proprietà di linguaggio (o la non proprietà di linguaggio) del nostro interlocutore ci trasmette di lui un'idea soggettiva che arriva a incidere più del suo aspetto esteriore, dell'abbigliamento o delle informazioni che di lui abbiamo.

Noi sappiamo che Bardamu ha studiato medicina e che diventerà medico, studi e professione che in un contesto sociale qualunque ci farebbero portare rispetto e invece l'idea che il lettore si costruisce di lui è deformata dal linguaggio con cui si esprime e che lo pone sullo stesso livello dei miserabili pazienti della provincia parigina.

Il solo aspetto negativo di questo tipo di narrazione è che può stupire solo una volta, solo con la prima opera di Céline che si legge, in seguito l'effetto meraviglia scema fino a diventare rumore di fondo.
Allo stesso tempo però, nel momento in cui il mezzo linguistico diventa rumore di fondo e si entra pienamente nello spirito della narrazione si riesce ad apprezzare tutta la célinitudine dell'opera, vedendo, sentendo, toccando con gli occhi, orecchie e mani di Bardamu.

domenica 29 ottobre 2017

Leggere i classici - un lavoro a ritroso perdendosi in chiocciole

Ricordo quando alle superiori per introdurre lo studio di una nuova opera il prof si soffermava sulla biografia dell'autore o. Un senso ce l'aveva anche se veniva spesso fatto in modo nozionistico in un susseguirsi di date, eventi, nomi apparentemente senza senso.

Nato il, morto il, sposò Tizia, visse a, fu amico di... e le teste ciondolavano, gli occhi si appannavano.

Ricordi il Manzoni? era figlio di Giulia Beccaria (figlia di quel Beccaria di Dei delitti e delle pene), Giulia si separò da Pietro Manzoni molto presto e Alessandro fu cresciuto dal padre e dalle sette zie zitelle (no, non single, allora erano proprio zitelle)in scuole religiose mentre la madre viveva a Parigi con Carlo Imbonati.

A diciannove anni raggiunge la madre a Parigi e nel suo circolo intellettuale viene a contatto con intellettuali antinapoleonici , gli Ideologi, che tra i vari insegnamenti lo esortano al massimo rigore storico anche in letteratura (come si vedrà ne I promessi sposi e altre opere a carattere storico come l'Adelchi) e a un profondo rigore morale, vicini al pensiero giansenista che vuole che solo la Grazia possa salvare l'Uomo la cui natura è corrotta.

L'educazione strettamente cattolica gli fa ripudiare la religione tanto da sposare civilmente in Municipio la calvinista Enrichetta Blondel. salvo poi annotare sul contratto matrimoniale che i loro figli dovranno essere educati alla religione cattolica. Proprio la nascita dei figli e il dover provvedere alla loro formazione lo farà riavvicinare alla religione ma attraverso il giansenismo che teorizzava che la storia fosse un ammasso irrazionale di fatti disciplinati solo dalla Provvidenza a un fine buono.

Ed eccola qui la Provvidenza de I promessi sposi spiegata in spiccioli.

Non conoscere le vite degli autori, il periodo storico e filosofico in cui si inseriscono è come mangiare Fonzies e non leccarsi le dita: si gode solo a metà.

Up & Down MC Escher
Prendiamo a esempio l'opera di Jane Austen: la maggior parte dei lettori apprezza Orgoglio e Pregiudizio perché è onestamente semplice e risulta fruibile e godibile per il suo contenuto anche con una conoscenza appena sufficiente del contesto storico e sociale dell'autrice. Della stessa autrice invece L'abbazia di Nothanger è tra i meno graditi, questo perché magari non lo si riesce a inserire pienamente nel contesto letterario dell'epoca, non si conosce molto la letteratura gotica e le sue relazioni con l'altra faccia del Settecento, quella del Classicismo della luce, della ragione, dell'industrializzazione. Questo eccesso di simmetria e ragione tendeva a nascondere e rinnegare l'altro aspetto della natura umana, quello oscuro, quello del dubbio, della paura e soprattutto se ne avvertiva oramai la lontananza, se non la contrapposizione, con ciò che si avvertiva come naturale. La lettura di un'opera come Northanger Abbey perde tutto il suo fascino se non relazionata con la lettura di romanzi gotici del tardo Settecento di cui è parodia.


Leggere un classico è un'azione al contrario, un continuo sviscerare, andare a ritroso, scavare, trovare filoni, seguirli per poi tornare in superficie così magari dal gotico inglese della seconda metà del XVIII secolo si può passare al Jekyll e Hyde di Stevenson o allo Sherlock di Doyle scoprendo che il dualismo esteriore Classicismo-Gotico viene riportato all'interno dell'uomo con la narrazione dello sdoppiamento tra bene e male che risiedono contemporaneamente e naturalmente nell'uomo, dai clichés del gotico fatto di architetture verticali, violenze e giovani donne vittime di uomini mostruosi alla realtà di un gotico sociale che anche attraverso l'educazione che relega la donna a un ruolo di secondo piano denunciato dalla Austen nei suoi scritti, donne tenute nell'ignoranza e limitate perché, a detta degli uomini, sono più facili prede delle passioni contrariamente agli uomini che anelano alla razionalità.

Il Classicismo si impone come guida laddove filosofia e credo incoraggiano all'assenza di passioni, l'apatia stoica viene spacciata come "liberazione" dalle passioni, atarassia, rinuncia classicista al futile, strettamente legate al concetto esasperato di Provvidenza: il "tutto è come deve essere, ogni evento è teso verso il bene (perciò perché crucciarsi?)" dei giansenisti manzoniani si fonde con il "tutto è bene nel migliore dei mondi possibili" che Voltaire mette in bocca a Candide ironizzando il pensiero di Leibnitz.

Ed ecco il pericolo nascosto dell'andare a ritroso: si finisce dentro una chiocciola come un gatto curioso che si infila nei buchi. Ci si ritrova incastrati in cunicoli sempre più stretti e sempre più correlati tra loro e attorcigliati al punto che si fa una gran fatica a ritrovare la strada di ritorno: da un parte le due estremità del filo, dall'altra questa enorme matassa di lana attorcigliata in cui rischiamo di rimanere avvolti.

Prendendo Manzoni da un lato e Jane Austen dall'altro come punti di partenza attraverso innumerevoli giri, cunicoli, strettoie, nodi, si può giungere al giansenismo e al concetto di Provvidenza passando per Voltaire, Leibnitz, l'architettura classicheggiante, una manciata di castelli e abbazie, doppelgänger...

Ancora la matassa però non si è sciolta... come faccio a districare il filo attorcigliato su se stesso?

Mi sono ormai posta come principio quello di trovare un legame tra il giansenismo manzoniano e l'anglicanesimo della Austen e in qualche modo devo trovarlo.

Di Credo in Credo allora trovo la connessione nella Provvidenza, dopotutto giansenismo manzoniano e provvidenza anglicana risentono entrambi della predeterminazione calvinista.

In Jane Austen l'happy ending è raramente il risultato dell'azione diretta delle sue eroine, la Provvidenza è infatti la forma in cui l'autore interviene.

In Mansfield Park nel momento esatto in cui era naturale che fosse e non una settimana prima Edmund cessò di interessarsi a Miss Crawford e divenne tanto ansioso di sposare Fanny quanto Fanny desiderava. Così. Perché era predeterminato altrove che così fosse.

In Persuasione la Austen esplora invece la distanza tra le azioni umane e gli ordini superiori della Provvidenza attraverso le opportunità perdute e gli incontri mancati. Tutto il libro è un susseguirsi di occasioni sfuggite fino alla soluzione finale dell'intreccio a opera della Provvidenza utilizzata come Deus ex machina.

Salacadula magicabula bibidibobidi BU!
Con la Provvidenza sistemiam quel che vuoi tu!

Sono tornata al problema della chiocciola. Parti da un punto e non sai mai dove arrivi e soprattutto se riuscirai a tornare indietro ripercorrendo la stessa strada o se ne troverai sempre di nuove. Come Pollicino dovrei lasciarmi sassolini dietro ma la mia natura gattesca prende il sopravvento e non resisto a infilare il muso in un nuovo buco.

E' la magia dei classici!

Ogni rilettura può portare a nuovi percorsi da seguire e ogni percorso si biforca e ancora, ancora e ancora...

E' la tana del Bianconiglio!

Certo meglio sarebbe e più ordinato seguire un filone per volta fino a esaurimento, meno stancante e probabilmente più utile alla finale comprensione delle opere.

Tutto questo sproloquio abbastanza senza senso per dire che non si finisce mai di leggere un classico, o piuttosto decidiamo noi quando è ora di smettere, di mettere la parola fine alla ricerca e può essere perché dopo tanti cunicoli ci si è persi (ma quanto è bello e desiderabile perdersi...) oppure perché si è trovato ciò che si cercava e a quel punto meglio tornare indietro possibilmente seguendo i sassolini che ci siamo lasciati alle spalle.

domenica 22 ottobre 2017

Un Uomo - Panagoulis, Sisifo, Prometeo, Cristo


Ci sono libri che lasciano così
pieni e svuotati
sazi e disossati
le braccia lungo il corpo
la testa reclinata all'indietro
le gambe molli
quasi a voler assaporare fino all'ultimo sorso quell'amaro che chiude il pasto.
Che è in realtà il pasto di qualcun altro, il bicchiere di qualcun altro dal quale ci siamo serviti con prepotenza e indiscrezione.

Per una settimana vivere la vita di un altro, pensare con la testa di un altro, amare l'uomo di un altro, provare le emozioni di un altro e poi trovarsi soli e stringere, toccare, guardare il libro che ha regalato ore piene, sature, gonfie.

A quel "Non piange!" un singhiozzo si strozza in gola,
un rigurgito quasi.
Lo caccio indietro.
Non posso, non posso appropriarmi anche del suo dolore dopo che mi ha già dato tutto, non posso rubarle anche le lacrime che non ha versato.
Lo stesso singhiozzo montato alla liberazione di Panagoulis, quando dalla nebbia di luce si staglia, nera, la figura della madre in una messa in scena che l'immaginazione di nessun regista potrebbe eguagliare.
E' Oriana.
La sua narrazione fotografica fatta di pochi dettagli che colgono l'essenza del messaggio, pochi aggettivi, ancora meno avverbi, frasi brevi, brevissime, a volte solo una parola e un punto esclamativo, un'invocazione e un punto esclamativo, una bestemmia e un punto esclamativo.

I dettagliati particolari della camera mortuaria, l'acciaio, il numero di matricola della pistola, estranianti, allontanano la memoria del dolore. Oriana si sofferma sull'acciaio, sulla lampadina che ciondola da un filo, metallo lucido, liscio, la ventata di ghiaccio. Distoglie l'attenzione dal dolore, dalle emozioni, dall'impalpabile per ricondurre tutto sul rassicurante piano di colori, oggetti, qualcosa di definito, determinato.

"Non piange!"
E tu vorresti vederla piangere, strapparsi i capelli, urlare come in una vera tragedia greca ma lei "Non piange".

Mantenere il controllo.
Mantenere il controllo.
Focalizzarsi sui dettagli, l'acciaio, la lampadina, il gelo e poi al funerale le pietre preziose, gardenie, garofani, rose.
La folla al funerale come scudo, come arma.
La costruzione della consapevolezza che fosse tutto deciso, tutto programmato e nel libro ricorrono i presagi, veri o finti, l'aglio, pagina ventitré, il sogno del masso sulla montagna, due volte estate, due volte autunno, santi da pregare e santi da ignorare, il 5 maggio, il 1° maggio.
L'uomo è superstizioso, crede ai presagi e piega la propria vita per assecondarli, dolcemente, impercettibilmente si piega come fanno le spighe di grano alla brezza.

"Dominio:  E i divini ti chiamano Prometeo, il Presago: illusione d'un nome! Di "presagi" proprio tu hai bisogno, del trucco, come sgusciare da questo cerchio ingegnoso." Prometeo Incatenato - Eschilo
E' proprio dei tragici greci lavorare sull'etimo dei nomi. Nomen Omen.
"Alessandro", protettore degli uomini

Alekos è il Sisifo di Camus nel riconoscimento di quel particolare stato d'animo in cui il vuoto diviene eloquente, in cui la catena dei gesti quotidiani viene interrotta e il cuore cerca invano l'anello che lo ricongiunga, che lo riunisca al gregge, sperando forse di portare il gregge dalla sua parte.

"L'atteggiamento dell'uomo assurdo non è quello del suicida ma del suo contrario: il condannato a morte. Egli ha in mano la libertà assurda, la libertà da ogni spiegazione, da ogni obiettivo"... "La libertà assurda, la libertà del domani, la non speranza, la mancanza di obiettivi. Bruciare fin quando c'è legna". Albert Camus - Lo Straniero

Panagoulis vive come un condannato a morte, nei suoi pensieri non c'è domani, solo la consapevolezza di non poter invecchiare, non aver nipoti, non scrivere quel libro.

"Lo scriverai tu per me, promettilo"
"Lo prometto"
"Io non sarò mai vecchio"... "morirò molto prima. E allora sì che dovrai amarmi per sempre"

Condannato a morte dopo il fallito attentato a Papadopoulos, la pena gli viene commutata in ergastolo ed è precisamente da quel momento che inizia a vivere come un condannato a morte, libero dal domani, libero dal ricatto di un futuro sicuro, dalle promesse.


Ciò che era inevitabile è stato solo rimandato.

"Accetto fin d'ora questa condanna. Perché il canto del cigno di un vero combattente è il rantolo che egli emette colpito dal plotone di esecuzione!"

Alekos è felice di questa condanna, orgoglioso, e trascorrerà il tempo che gli rimane a inseguirla nel tentativo di riacciuffarla.

Alekos è Prometeo che donò il fuoco agli uomini e Zeus per punirlo lo incatenò a un masso esposto alle intemperie con un'aquila che gli squarcia il petto e gli dilania il fegato.

"Sento una forza assurda premermi lo stomaco e il collo e il petto e il cuore rientrarmi dentro quasi si rompessero insieme, scoppiando, e non distinguo più nulla. Chiudo gli occhi e..."

"In verità se Prometeo ritornasse, gli uomini di oggi farebbero come gli dèi allora: lo incatenerebbero alla roccia nel nome stesso di quell'umanesimo di cui è il primo simbolo. Le voci nemiche che insulterebbero allora il vinto sarebbero le stesse che risuonano nella tragedia eschiliana: quelle della Forza e della Violenza". Prometeo agli inferi - Albert Camus

"Nel mio avvenire non è tracciata sicura frontiera al dolore se prima Zeus non crolla dal suo potere di despota" Prometeo Incatenato - Eschilo

Alekos come Cristo, l'uomo che vuole salvare il mondo e può farlo solo dalla croce.


Oriana come Maria vuole salvare Cristo e si ritroverà a schiacciare la serpe a piedi nudi. 
Cristo non può salvare nessuno da vivo e non può essere salvato perché alla fine il popolo continuerà a scegliere Papandreu Barabba, il candidato per cui si spese la benpensante politica italiana, l'uomo inquadrato in un partito, definito, rassicurante così come il ladrone Barabba era rassicurante se comparato a Cristo: Barabba prendeva oggetti, Cristo anime.
E Pilato continuerà a lavarsene le mani purché tutto si risolva nell'assenza di disordini.

La croce
Il rogo
L'automobile
Strumenti di morte assurgono a simbolo di espiazione e redenzione.
L'ordalia delle quattro ruote che non risparmiò Panagoulis, non risparmiò Falcone, non risparmia oggi Dafne Caruana Galizia.
Documenti, agendine, siti internet.
Dittatura, mafia, soldi.
Atene, Capaci, Malta
1976, 1992, 2017

2017!

Letture consigliate:
Un Uomo - Oriana Fallaci
Il mito di Sisifo - Albert Camus
Lo Straniero - Albert Camus
L'Estate - Albert Camus
Prometeo Incatenato - Eschilo


L'Idiota - F.Dostoevskij

Musica consigliata: Sally - Vasco Rossi

Dipinto: Cristo Morto - Hans Holbein il Giovane
"«Quel quadro!», esclamò il principe, colpito da un’idea subitanea. «Osservando quel quadro c’è da perdere ogni fede».
«E infatti si perde», confermò Rogožin." 
L'Idiota - F. Dostoevskij

domenica 1 ottobre 2017

Le Cave del Vaticano - Fleurissoire tra Lancillotto, Don Chisciotte e il surrealismo


Da dieci anni covavo il desiderio di leggere Le Cave del Vaticano di André Gide, desiderio che nacque al corso di francese della prof. Zuffi sulla narratologia, si parlò della sua farsa su un grande segreto che coinvolgeva il Vaticano e io mi ero già prefigurata una storia alla Dan Brown ma meglio scritta.

Quando mi sono trovata l'opera tra le mani ho atteso qualche settimana prima di iniziarla tanta era l'aspettativa che nutrivo e che è stata solo parzialmente delusa.

L'opera è una farsa in cui vengono ridicolizzati il bigottismo e le beghine, queste donne tutte casa e chiesa desiderose di santità, una su tutte Arnica Fleurissoire che cade nel tranello di uno sconosciuto che le confessa della cattività del Papa: un gruppo di truffatori aveva ideato una menzogna ammirevole per spillare soldi ai boccaloni francesi ossia che il Papa fosse stato fatto prigioniero con la complicità del Quirinale e che quello che si mostrava al pubblico fosse in realtà un impostore.

Quando Amédée Fleurissoire, marito di Arnica, viene a conoscenza del rapimento resta folgorato da un impulso mai provato prima e anziché sostenere la finta colletta che dovrebbe aiutare a liberare il Papa, decide dipartire lui stesso in missione. Lui, novello don Chisciotte che non aveva mai viaggiato al di fuori della sua città, che viveva nel terrore di prendersi un raffreddore, lui si sente ormai predestinato: finalmente ha trovato lo scopo della sua esistenza e si mette in viaggio, solo, alla volta di Roma.

Come gli antichi eroi di chiara fama consacrati dalle canzoni di gesta, a cavallo del suo treno, con un foulard come scudo e nessuna arma al fianco parte in missione lasciando moglie e amico tra stupore e ammirazione.

Inutile dire che il viaggio è già di per sé qualcosa di ridicolo tra treni sbagliati, pulci, cimici, zanzare, brufoli e il terrore delle correnti d'aria ma alla fine riesce ad arrivare a Roma e a portarsi il più vicino possibile a quel Papa che crede di dover salvare. E' vicino, si sente vicinissimo a compiere la sua (ridicola) missione ma... cade in tentazione e la mattina si risveglia con una donna che giace nuda al suo fianco.

E' la fine.

Per quanto desideri portare a termine la sua missione il senso di colpa lo divora, la distrazione di un momento fa crollare in lui tutta la sicurezza di essere il predestinato e alla fine confessa il suo peccato, tra le risate degli impostori e del lettore:

"... e siccome i fumi del vino si mescolavano alle nubi della tristezza e i rutti dell'ubriachezza al gemito dei singhiozzi, chino dalla parte di Protos cominciò col vomitare il pranzo. Poi raccontò confusamente la notte passata con Carola e il dolore per la recente perdita della sua verginità. Don Bartolotti e prete Cave fecero un enorme sforzo per non soffocare dalle risate."

Come Lancillotto a un passo dal Santo Graal, Fleurissoire si sente a un passo dal portare a termine l'arduo compito: ha trovato degli alleati, prodi cavalieri in abito talare che lo supporteranno e lo indirizzeranno dritto alla meta.

Come Lancillotto perduto a causa di una passione dannata per Ginevra, Fleurissoire peccherà, a sua insaputa oserei dire, e tutta la forza delle sue più nobili intenzioni crollerà come castello di carte al vento per una prostituta. 

Fleurissoire è l'uomo comune: anonimo, intristito, privo di immaginazione, grigio, lo stereotipo del borghese dei primi del Novecento, non c'è possibilità di salvezza per la sua anima.
La grande rivoluzione di Gide risiede nell'utilizzare questo buffo personaggio per mettere nella pratica narrativa ciò che André Breton teorizzerà dieci anni più tardi nel 1924 nel Manifesto del Surrealismo: 

”Il più semplice atto surrealista consiste nello scendere in strada con una pistola per mano e sparare a caso, finché si può, sulla folla”

E così fa André Gide: all'improvviso, senza minimamente preannunciarlo, senza motivo, l'autore Booooom! Getta il povero Fleurissoire fuori dal treno e fuori dalla storia lasciando il lettore a guardare dal finestrino il corpo scomposto dell'incolpevole borghesuccio.

"Un crimine senza motivo... Non è tanto degli avvenimenti che ho curiosità, quanto di me stesso"
Così pensa Lafcadio mentre compie il gesto assurdo e quando cerca di motivare l'atroce atto riesce solo a dire
"Non lo so... Non aveva un aspetto felice."

Per Fleurissoire nessun ritorno in patria da eroe, nessun funerale in pompa magna, nessun bardo canterà il suo coraggio e nessun re o papa piangerà sulle sue spoglie, solo la prostituta Carola aspetterà che i parenti stretti si allontanino dalla tomba per porgere il suo ultimo saluto sotto la pioggia e posare un mazzo di crisantemi.

E qui si conclude la storia dell'uomo qualunque che si mise in testa di fare l'eroe e che fu ucciso senza motivo.

Ivanhoe - Il gotico rovesciato



Ho appena terminato la lettura di Ivanhoe di Sir Walter Scott e le prime parole che mi vengono in mente sono OH! MIO! DIO!

Ma che figata di libro è?

Perché nessuno me l'ha mai detto? Perché nessuno ne parla?

La prima volta che ne sentii parlare ero al liceo e il prof stava introducendo I Promessi Sposi presentandolo come romanzo storico. "Il genere del romanzo storico trae la sua origine dall'Ivanhoe di Sir Walter Scott e bla, bla, bla...". Se prima avevo considerato Ivanhoe come romanzo per maschietti sotto i tredici anni l'associazione con l'opera del Manzoni aveva definitivamente mandato all'aria ogni possibilità di considerarlo tra le opere da leggere.
Poi un anno fa sono capitata su di un'intervista de La Stampa allo storico medievale Jacques Le Goff, l'autore de " Il Meraviglioso e il Quotidiano nell'Occidente medievale", "La Nascita del Purgatorio" e innumerevoli altre opere di carattere storico. Nell'intervista racconta di aver letto Ivanhoe quando aveva dodici anni e di esserne rimasto entusiasta, anche questo contribuì a far nascere in lui la passione per il Medioevo.
E ora capisco perché! Questo libro infiammerebbe un iceberg, c'è così tanta passione e tanta sorprendente ironia da potersi considerare modernissimo.

L'introduzione di Francesco Marroni nell'edizione Mondadori avvisa subito il lettore che l'opposizione tra sassoni e normanni attorno alla quale ruota tutta l'opera era alla fine del XIII secolo ormai superata ma in fondo al lettore poco importa, la godibilità del libro sta proprio nell'inserire personaggi storici entrati ormai nel mito come re Riccardo, il principe Giovanni, Robin Hood e tutta la sua banda di fuorilegge in una situazione politica di incertezza e ribellioni: re Riccardo è prigioniero del duca d'Austria, in sua vece governa il fratello Giovanni che sta cercando di farsi riconoscere re, nel frattempo l'antica nobiltà sassone, ancora non del tutto domata, si sta organizzando per riportare i sassoni al potere a discapito degli "usurpatori" normanni.
L'eroe Ivanhoe è il punto di congiunzione tra le due fazioni in quanto sassone al servizio giurato di re Riccardo, alla fine è l'uomo che risolverà idealmente il conflitto tra le due anime inglesi lasciando immaginare un futuro di pace e concordia.
MA
La caratteristica secondo me più straordinaria e narrativamente innovativa è che l'eroe Ivanhoe di cui tutti parlano e che dà il titolo al libro non compare per tre quarti dell'opera se non per mostrarsi a letto ferito e tutto il romanzo narra di eventi e persone che ruotano attorno alla sua figura.

La grande maestria di Scott risiede nel portare all'attenzione del pubblico inglese una storia che sembra ricalcare i romanzi gotici che tanto successo avevano riscosso nei decenni precedenti.
Sono presenti elementi gotici come la corruzione, dell'anima o della carne, si pensi al nobile Fitzurse che nutre rancore verso re Riccardo e sostiene il principe Giovanni perché debole e facilmente manovrabile. Oppure si pensi al potente priore dell'Abbazia di Jorvaulx, "amante della caccia, della buona tavola e di altri piaceri mondani ancora meno compatibili con i voti monastici".
Un altro elemento gotico si può ritrovare nella vertiginosa verticalità del castello di Torquilostone dalle segrete sotterranee luogo di prigionia e tortura all'alta torre in cui sono prigionieri Rebecca e Ivanhoe.
Infine la figura di Ulrica, fatta prigioniera da giovane e sfruttata come schiava da letto che per anni, decenni, ha covato il suo odio meditando vendetta: la distruzione dei suoi aguzzini, del loro castello e di se stessa.

Ma nel dare una patina di gotico al suo racconto Scott lo libera allo stesso tempo del mistero proprio di quel genere letterario e lo riveste di ironia. E' così che il nobile Athelstane, pallido e smagrito, sembra resuscitare col solo scopo di concedersi un pasto decente, in questo modo Scott con la veste gotica (romance) appassiona il lettore per poi ricondurlo nella sfera del reale (novel) spogliandolo di tutto il mistero.



Anche l'idea di eroe all'interno del romanzo subisce un capovolgimento rispetto ai canoni del romanzo gotico e del classico romanzo medievale nei quali l'eroe è perfetto, coraggioso, saggio, pondera con senno ogni decisione anteponendo l'interessa della collettività al proprio. In Ivanhoe quello che viene presentato come eroe, il cavaliere nero, agisce in realtà per soddisfare il proprio desiderio di gloria e la sua smodata passione per il rischio e l'avventura e poco importa che questo possa rappresentare un pericolo per l'intero regno.

A fare da contraltare a questi celebrati eroi che mettono inutilmente a repentaglio le sorti del regno o giacciono feriti in un letto oppure ancora sono devastati da passioni mortali come Bois-Guilbert ci sono gli eroi che non ti aspetti: il frate beone e godereccio, il bandito, il porcaro e il buffone Wamba che chiude perfettamente questo processo di smitizzazione della cavalleria e del valore dicendo "Quando il valore e la follia viaggiano insieme è la follia che deve portare il corno perché sa suonarlo meglio" e infatti alla fine sarà proprio Wamba a suonare il corno quando con re Riccardo si troverà in grande pericolo risparmiando al re il destino che toccò a un altro grande paladino della letteratura medievale, Orlando, l'eroe le cui gesta diedero inizio alla letteratura romanza.

Chiude questa rappresentazione invertita del mondo cavalleresco il duello finale in cui l'eroe vince e la bella Rebecca è salva non tanto per le capacità e il valore di Ivanhoe ma perché l'avversario collassa sconfitto dal proprio conflitto interiore.

E se ancora serve un motivo per convincersi a leggere quest'opera dirò che tra queste pagine prendono vita personaggi quasi mitologici che popolano la nostra immaginazione sin dall'infanzia: re Riccardo Cuor di Leone, Giovanni Senza Terra, Robin Hood e Frate Tuck sono così vivi che paiono saltare fuori dalle pagine. Su tutti è proprio frate Tuck che suscita la maggior simpatia, questo frate ubriacone e godereccio, amante della buona tavola, della caccia e delle ballate sassoni, il guardiano delle anime dei fuorilegge di Sherwood che non risparmia sagge randellate a chi se le merita e il capitolo che lo vede insieme al cavaliere nero a bere, mangiare, cantare e suonare è a mio parere il capitolo più divertente di tutta la letteratura classica, irrispettosamente dissacrante, un pezzo di pura pancia. La figura di frate Tuck è perfettamente bilanciata dall'altro buffone malgré lui, il comico non ufficiale dell'opera, il nobile indolente Athelstane, ultimo discendente della più gloriosa stirpe sassone il cui unico scopo nella vita e di garantirsi pasti adeguati al suo status.

Insomma un romanzo bello bello bello, talmente piacevole che le ultime pagine le ho dovute centellinare per prolungare quanto più possibile l'atmosfera in cui ero immersa.