sabato 24 febbraio 2018

Jane Austen: Amore e Amicizia - Meglio di Zelig


Devo aver tenuto questo libro da parte per davvero tanti anni prima di decidermi a leggerlo. In realtà mi rendo conto adesso che non ricordo affatto come questo libro sia arrivato nella mia biblioteca il che è davvero strano perché per ogni libro, o quasi, riesco a ricordare la città in cui è stato acquistato, il periodo, se non proprio l'anno, a volte riesco a ricordare il meteo del giorno o il mio umore... in genere quando adotto un nuovo libro l'umore è sempre alto.

Amore e Amicizia della Austen invece me lo sono ritrovato tra gli scaffali e mi guardava da anni, lo prendevo tra le mani, iniziavo a sfogliarlo ma ogni volta mi sentivo come può sentirsi chi si ritrova tra le mani il diario della madre da giovane (o della zia in questo caso): indiscreta, a disagio, a metà tra il colpevole e il voyeur, un'impicciona insomma. 
Poi la curiosità ha prevalso e una sera ho iniziato a leggere

Si tratta di racconti inediti, scritti giovanili non destinati alla pubblicazione dati in pasto al pubblico senza uno straccio di introduzione, come una pietanza fredda da buttar giù "sta' zitt e magna!". Eppure ci sarebbero tante domande e curiosità che non vengono soddisfatte e che bisogna appagare altrove...
Dei dieci scritti racchiusi in questo breve volume sei sono in forma epistolare. Perché proprio questa forma? La stessa forma epistolare la ritroviamo nel racconto Lady Susan pubblicato postumo, perché le opere pubblicate sono tutte sotto forma di romanzo? Quando ha smesso di scrivere lettere e iniziato a scrivere romanzi?
Che studi faceva Jane Austen? Quali studi di storia o di letteratura? Tra questi scritti vengono citati il Werther di Goethe, il Cardinale Wolsey, consigliere all'epoca di Enrico VIII, vendono citati Sheridan e Villiers, drammaturghi inglesi rispettivamente di Settecento e Seicento, una breve nota a pie' di pagina ci dice che Sheridan era uno degli autori portati in scena in casa Austen ma non ci dice i temi delle rappresentazioni e sarebbe proprio questa la parte di maggior interesse visto che in tutta la sua produzione la Austen ricalca, mettendoli alla berlina, proprio i temi del pathos, del sentimentalismo e del perbenismo descritti da Sheridan.
Nello scritto sulla storia d'Inghilterra si fa ovviamente riferimento alla religione, chi ha un minimo di conoscenza della storia d'Inghilterra sa che non si può prescindere dal tema religioso. Che educazione aveva la Austen in materia di religione?
E più in generale come era l'educazione delle giovani donne a fine Settecento?
A tutte queste domande il lettore curioso deve trovare risposta altrove. Peccato

Nonostante la mancanza di introduzione però il libretto risulta godibilissimo, soprattutto i primi tre scritti: i due racconti epistolari "Amore e Amicizia" e "Lesley Castle" e "La Storia d'Inghilterra" 

Amore e Amicizia

Il racconto, epistolare rivela nella quindicenne Jane Austen un umorismo degno dei migliori sketch televisivi. Rivisita tutti gli stereotipi letterari dell'epoca infarciti di pathos, esotismo, fughe rocambolesche e riconoscimento di parenti perduti da tempo svelandone i paradossi e le esagerazioni. Persino nelle raccomandazioni non riesce a trattenere l'umorismo:
"Guardatevi, Laura mia (diceva spesso) Guardatevi dalle insulse Vanità e dalle vane dissolutezze della Capitale dell'Inghilterra; Guardatevi dagli insensati Lussi di Bath e dal fetido pesce di Southampton."

L'Esotismo
Terza lettera: "Mio Padre era originario dell'Irlanda e viveva del Galles; mia Madre era la Figlia naturale di un Pari di Scozia e di una ballerina italiana dell'Opera - io sono nata in Spagna e sono stata educata in un Convento in Francia."
In tre righe si apre e chiude il giro dell'Europa, nessuna di queste informazioni sarà rilevante ai fini della storia ma il solo fatto di metterli denota un'attenzione nei confronti della narrativa dell'epoca infarcita di personaggi esotici.

Il Pathos
La Quinta lettera è la madre di tutte le scene da telenoveas poi riprese in chiave comica dal trio Lopez Marchesini Solenghi in molti spettacoli teatrali. Chi ha visto il trio in tv o in teatro e legge questo libro non può assolutamente rimanere impassibile, alla mente torna il volto di Anna Marchesini che dice "suonano alla porta... chi sarà?" e lì è davvero difficile trattenere la risata. Per rinfrescare la memoria date un'occhiata qui.


E pathos alla fine del Settecento significa soprattutto svenimenti. Le donne svengono di continuo, rigorosamente sul sofà, passando velocemente dal pathos al patetico.
Mai avevo visto una Scena così affettuosa come quella dell'incontro tra Edward e Augustus. "Vita mia! Anima mia!" (esclamò il primo). "Angelo mio adorato!" (replicò il secondo) mentre si slanciavano l'uno nelle braccia dell'altro. - Era troppo commovente per i sentimenti miei e di Sophia - Svenimmo a turno sul Sofà.
E bisogna essere davvero rigorosi nella scelta del luogo dove svenire perché se per caso capita di farlo in strada le conseguenze potrebbero essere tragiche.

Fughe rocambolesche
Per tutto il racconto ritorna il tema del matrimonio combinato, disprezzato per principio più che per necessità come si intuisce dalle parole del nobile Lindsay:
"No, mai esclamai. Lady Dorothea è deliziosa e attraente; non pongo nessun'altra donna al di sopra di lei; ma sappiate signore, che disprezzo l'idea di sposarla per compiacere i vostri desideri. No! Non sia mai detto che io mi pieghi a mio Padre."
Questa opposizione al matrimonio combinato porterà a una serie di sciagure, fughe, smarrimenti e ritrovamenti di parenti lungo il cammino. I protagonisti sono sempre in movimento da un punto all'altro alla ricerca di una stabilità che nessuno può offrire.

Ipocrisia, bigottismo e pregiudizi sono qui portati all'estremo, i valori sono totalmente ribaltati: sir Edward è una persona orribile perché russa e perciò in grado di commettere qualsiasi nefandezza, Laura e Sofia rubano a Macdonald ma dato che questi è giudicato da loro persona cattiva non si possono biasimare, i due giovani Philander e Gustavus lasciano le madri morire di fame e vengono considerati "amabili giovani". C'è un'ironia che a tratti ricorda don Chisciotte, a tratti Gargantua regalando al lettore pagine di pura goduria.

Lesley castle

Molto simile al precedente racconto epistolare nella forma e nel soggetto, nello svelare le ipocrisie e il ribaltamento dei valori della letteratura contemporanea. Il racconto è un susseguirsi di pettegolezzi, malignità e idiozie.
Questo scritto riesce a raggiungere lo zero comico assoluto di livello tafazziano
Hervey era stato disarcionato da cavallo, si era fratturato il cranio ed era stato dichiarato in imminente pericolo di vita dal chirurgo.
"Buon Dio! (ho detto) ma dici sul serio? Perché in nome del cielo che ne sarà di tutte le cibarie! Non riusciremo mai a mangiarle prima che si guastino. Comunque, chiederemo al chirurgo di darci una mano -. Con il filetto posso farcela da sola; la mamma mangerà la minestra, e tu e il dottore dovrete finire il resto."
...
Abbiamo pensato che la cosa migliore da fare era iniziare immediatamente a mangiarle, e di conseguenza ci siamo fatte portare il prosciutto freddo e il pollame, e abbiamo immediatamente dato il via al nostro progetto di smaltimento con grande alacrità.
E di lì si susseguiranno fino alla fine del racconto riferimenti al cibo e alla necessità impellente di mangiare tutto quello che era stato preparato per il banchetto di nozze, impresa assai ardua.

La storia d'Inghilterra dal regno di Enrico IV alla morte di Carlo I

L'intento è chiaro e ribadito più volte: 
Di uno Storico parziale, prevenuto e ignorante schierato dalla parte degli Stuart e degli York si accanisce ovviamente contro Tudor e Lancaster.
Enrico V
L'unico pregio di un Tudor (Enrico VIII) viene riportato così:
Nulla può dirsi in sua discolpa, se non che l'abolizione degli Edifici Religiosi e il loro abbandono al rovinoso saccheggio del tempo è stato qualcosa di infinitamente utile al paesaggio Inglese nel suo complesso, il che è stato probabilmente il motivo principale per cui lo fece, altrimenti perché un Uomo che non aveva Religione si sarebbe preso la briga di abolirne una che da Secoli era radicata nel Regno?
Enrico IV
Per il resto dei Tudor solo critiche
Riguardo Enrico VI (Lancaster)
Immagino sappiate tutto circa le Guerre tra lui e il Duca di York che era dalla parte della ragione; se non lo sapete, avreste fatto meglio a leggere qualche altro trattato di storia, poiché non mi dilungherò molto su queste cose, che intendo usare solo per sfogare il mio astio contro, e mostrare il mio odio per tutti coloro le cui fazioni o idee non si adattino alle mie, e non per fornire informazioni.
e ancora
Il motivo principale per cui ho intrapreso questa Storia dell'Inghilterra era di dimostrare l'innocenza della Regina di Scozia, il che mi lusingo di aver fatto in modo efficace, e di maltrattare Elisabetta, anche se non sono del tutto soddisfatta in merito a quest'ultima parte del progetto.

Trovo molto carino inoltre che nel manoscritto vi siano 13 medaglioni ad acquerello per 13 monarchi, manca Edoardo V di cui Jane dice 
Elisabetta I
Questo sfortunato Principe visse così poco che nessuno ebbe il tempo di fare il suo ritratto
e la cosa curiosa è che sono ritratti in abiti settecenteschi cosicché Elisabetta I ricorda l'immagine a noi tramandata di Maria Antonietta, Enrico IV ricorda Luigi XVII ed Enrico V Napoleone.

Insomma, il libro è un piccolo capolavoro di ironia e arguzia, piccolo assaggio di quanto si ritrova nei romanzi pubblicati.

Devo essere sincera: dopo aver letto gli inediti del Verga e di Kafka avevo paura di ritrovarmi di fronte all'ennesima delusione e sono rimasta piacevolmente stupita dalla freschezza e leggerezza di una giovanissima Austen, un po' acerba forse ma decisamente divertente.

venerdì 23 febbraio 2018

Fano al tempo dei Malatesti - Visita guidata


Domenica 18 Febbraio, pioviggina, gli inglesi la definirebbero pouring rain, in italiano è praticamente intraducibile ma sembra di essere più a Londra che a Fano.

Ore 10.20 arrivo in Piazza XX Settembre e mi sistemo sotto i portici del Palazzo della Ragione, ora Teatro della Fortuna, aspetto che si raduni il gruppo e incrocio lo sguardo di una signora, ombrello giallo, cuffiette alle orecchie, macchina fotografica al collo e capelli scomposti... potrei essere io tra qualche anno. Non è di Fano, è di Verona, aveva quattro giorni di ferie e ha ben pensato di partire per Ferrara per poi continuare sulla costa fino a Urbino e ritorno con una guida del Touring in mano, giunta a Fano ha scoperto per caso di questa visita guidata e si è accodata con piacere. Quattro chiacchiere con cadenza veronese sul sindaco, l'università, la città e poi inizia il tour.

Il percorso è il seguente:
  • Palazzo Malatestiano con visita alla pinacoteca e al farsetto originale di Pandolfo III Malatesti e della sua riproduzione
  • Chiesa San Francesco e tombe Malatestiane dove fu ritrovato il farsetto
  • Sala dei Globi della Biblioteca Malatestiana dove sono esposti codici malatestiani
  • Case torri
  • Rocca Malatestiana

Un poco di storia, approfittando del riparo che offre il loggiato del Podestà...

I Malatesti non arrivarono a Fano in maniera legittima ma approfittando delle lotte intestine tra le due più illustri famiglie della città: i Guelfi di Guido del Cassero e i Ghibellini di Angiolello da Carignano. Le prime incursioni nella politica fanese si ritrovano ai primi del Trecento quando Malatestino I Malatesta nel 1304 fa uccidere "i due migliori di Fano", mazzerati ovvero annegati in sacchi piombati

« E fa sapere a' due miglior da Fano,
a messer Guido e anco ad Angiolello,
che, se l'antiveder qui non è vano,
gittati saran fuor di lor vasello
e mazzerati presso a la Cattolica
per tradimento d'un tiranno fello.

Tra l'isola di Cipri e di Maiolica
non vide mai sì gran fallo Nettuno,
non da pirate, non da gente argolica. »
(Dante, Inferno XXVIII, 76-83)

I Malatesta da Verucchio riescono dunque in pochi anni ad estendere la loro influenza da Rimini a Fano a partire dai primi anni del Trecento venendo nominati podestà per un anno, poi di nuovo qualche anno dopo per più tempo fino a che nel 1357 Galeotto I Malatesta, figlio di Pandolfo I, finì con l'ottenere il governo di Fano col titolo di Vicario pontificio.
La signoria dei Malatesti governò su Fano fino al 1463 quando papa Pio II che aveva scomunicato Sigismondo chiese a Federico da Montefeltro duca di Urbino di scacciare definitivamente la signoria riminese.
PS: diciamo malatesta ma loro si firmavano maltesti perciò entrambe le versioni sono corrette (cfr. Wiki)

Palazzo Malatesta

La rosa malatestiana
Galeotto I sceglie di stabilire la sua residenza accanto al Palazzo della Ragione, in un luogo che era frequentato da secoli sin dagli antichi romani; dove oggi sorge la sede della Carifano era il corpo più antico del palazzo dei Malatesta e ancora si possono vedere all'interno frammenti di affreschi e volte a crociera trecentesche. La parte al di là della corte malatestiana, l'ampio portico con colonne in pietra dal capitello ornato dalla caratteristica rosa malatestiana a quattro petali fu fatto innalzare in un secondo momento per ordine di Pandolfo III tra il 1414 e il 1421 mentre l'appariscente parte destra con scalone e loggia fu opera di papa Paolo III dunque non appartiene all'epoca dei Malatesti ma rifacimento di altra loggia più antica distrutta in un incendio e vi ha oggi sede il Museo Archeologico e Pinacoteca di Fano
Curiosità: nel 1655 Cristina, regina di Svezia, si recò a Roma dopo essersi convertita al cattolicesimo. Fece tappa a Fano e per lei si aprì un varco nelle mura della corte malatestiana, lì dove adesso c'è la Sala Morganti.
Pandolfo III diventa signore di Fano a quindici anni e lo rimarrà fino alla sua morte a 57 anni nel 1427. Questi 42 anni di governo si segnalano per la vivacità nelle committenze artistiche e letterarie, la cura nei confronti dell'urbanistica e quella che viene definita l'addizione malatestiana ovvero l'ampliamento della città  che va da via Garibaldi a San Paterniano. In realtà la città di Fano e i Malatesti vivevano in uno stato di guerra continuo e questo era causa di instabilità economica e sociale.

Il Farsetto

Fu ritrovato nella tomba di Pandolfo III nel 1995 e restaurato. Il corpo fu ritrovato supino, era alto circa 1.83 con un accenno di barba rossiccia e tracce di tutti i danni fisici tipici di chi andava a cavallo. La tomba era stata già profanata ma il corpo fu ritrovato integro insieme alla spada e al farsetto un giubbotto imbottito che si usava portare sotto l'armatura, caratterizzato da proprietà ergonomiche che per quel tempo potevano essere considerate tecnologiche in quanto già a prima vista ricorda un giubbotto da motociclista con la parte superiore delle maniche larga per agevolare i movimenti e la sagomatura a gomito che facilitava la posizione delle braccia nel tenere le redini, più corto davanti e più lungo dietro con una fascia lombare per proteggere la schiena. Trattandosi di corredo funerario non si badò a spese: il farsetto è di pregiato velluto rosso e i bottoni sono in legno, ricoperti del medesimo tessuto.
Il farsetto restaurato
Si ipotizza, poiché i vestiti della parte inferiore del corpo non sono stati ritrovati, che l'abbigliamento fosse completato da calze lunghe rinforzate nella parte bassa a  a mo' di suola anche se nei libri contabili malatestiani sono già presenti note di acquisto di calzature, accessorio relativamente recente.
Il farsetto ricostruito
Il Museo Civico di Fano ospita non uno ma due Farsetti: l'originale, gelosamente custodito all'interno di una teca in plexiglass in cui temperatura ed umidità sono controllate, e la ricostruzione che le restauratrici ne hanno fatto cercando di riempire i vuoti delle parti mancanti, indossata da un manichino. In generale il ritrovamento di questo farsetto costituisce un momento importante per lo studio dell'abbigliamento medievale in quanto si tratta dell'unico esemplare al mondo giunto fino ai giorni nostri e nel 2009, alla fine del restauro, il museo civico ospito la mostra esclusiva “Redire: 1427-2009. Ritorno alla luce” di cui custodisco ancora geloasmente il volantino promozionale.
Volantino promozionale della mostra Redire: 1427-229
Per approfondire gli aspetti di anatomopatologia relativi al ritrovamento del corpo di Pandolfo rimando a questo documento sul Le tombe monumentali medievali e postmedievali della divisione di paleopatologia dell'Università di Pisa, pagine 18-24.
Pandolfo si ammalò a Rimini di febbre malarica e visto che non era certo tipo che si poteva tenere a letto decise di intraprendere un pellegrinaggio a Loreto. A Loreto non ci arrivò mai, morì a Fano, il corpo fu esposto nella Sala Grande e poi sepolto in San Francesco.
Alla sua morte Fano visse un periodo di passaggio che determinò una crisi economica e sociale, prova ne furono le leggi che vennero emanate in quegli anni come per esempio l'istituzione di controllori alla fiera d'agosto contro i ladri, la riapertura della caccia nel contado per sopperire alla mancanza di carne nei mercati e la concessione ai bottegai di tenere uncini per difesa personale.
Tempi di crisi che fecero aumentare gli episodi di microcriminalità...

Quando subentrò Sigismondo il suo governo si segnalò per il lusso e le feste per ingraziarsi la popolazione e i signori locali e che portarono ben presto a un indesiderato aumento delle tasse tanto che nel 1431 il popolo fanese, capeggiato da Don Matteo Buratelli, si sollevò, entrò nella Rocca Malatestiana che allora era sede dell'ufficio delle tasse e gabelle e bruciò i libri contabili. La sommossa finì nel sangue con l'impiccagione del Buratelli in piazza a Rimini.

I rapporti con il Papa erano di costante conflitto tanto che nel 1460 Pio II lo scomunicò, e sciolse i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà. Ne conseguiva inoltre il decadimento dello status di vicario nei territori della Santa Sede che portò alla formazione di una Lega anti Malatesti che vide Federico da Montefeltro, Duca di Urbino, assediare e scacciare Sigismondo e i Malatesti da Fano nel 1463.
La Collezione Cartografica, Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro - Tav. 69 F.Titti, Legatione del Ducato d'Urbino, 1697 (n.66) - Come si può vedere ancora alla fine del Seicento Fano costituiva territorio a sé stante rispetto al resto del territorio, risalta in rosa in alto nella pagina
Diversamente dal resto del territorio circostante la città di Fano non aveva mai avuto una signoria predominante come i Montefeltro o i Della Rovere, era sempre stata di diversa dominazione rispetto al resto del territorio e tale tornò a essere. Questa diversità è attestata e anzi sottolineata in praticamente tutte le mappe fino all'Ottocento.

Fu così che il territorio di Fano tornò sotto la dominazione del Papa tramite un governatore di nomina pontificia, era l'avvento della cosiddetta Libertas Ecclesiastica, celebrata nell'arco Borgia Cybo che oggi segna l'ingresso al Palazzo Malatestiano la cui costruzione iniziò sotto papa Cybo e terminò sotto papa Borgia. 

San Francesco - Tombe dei Malatesta

Ingresso della ex-Chiesa di San Francesco con il caratteristico arco strombato
Quello che resta di Trecentesco è ovviamente la struttura e lo splendido portale ad arco strombato decorato a tortiglioni, da principio le tre tombe malatestiane si trovavano presso l'altare poi nel Settecento furono trasportate nel portico e furono addossate alle mura decorazioni nuove che  si suppone abbiano contribuito a rendere inagibile la chiesa dopo il terremoto del 1930 cosicché per sicurezza fu tolto il soffitto della chiesa consegnandoci uno spettacolo rarissimo in Italia, più comune forse in Inghilterra, sicuramente bellissimo.
Interno della ex-Chiesa di San Francesco
Sembra che ci siano progetti per ridare una copertura alla chiesa per preservare le opere che rimangono sulle pareti esposte costantemente agli agenti atmosferici, personalmente spero proprio che questo non accada perché questa opera d'arte creata in parte dall'uomo in parte dalla natura non ha praticamente eguali in Italia.
Le tre tombe sono quelle di Paola Bianca, prima moglie di Pandolfo Malatesti, quella dello stesso Pandolfo e quella del medico di corte.

Biblioteca Federiciana - Sala dei Globi

La Biblioteca Federiciana conserva  112 codici malatestiani più una busta di miscellanea riordinati cronologicamente da Mons. Zonghi a fine ottocento. Si tratta principalmete di libri contabili, entrate e uscite tenute dal cancelliere di corte e l'esposizione di questi giorni, visto il legame con il farsetto di Pandolfo, si concentra sulle note di spesa che riguardano l'abbigliamento, panni, tessuti e calzature

Di seguito alcuni dei codici esposti
Giovanni da Cremona - Victoria d[omi]ni Ducis mediolani in d[omin]um Pandulphum de Malatestis. Sec XV - BIF, Manoscritti Amiani, 74

Francesco Gaetano Battaglini - Armi ed imprese Malatestiane. - Tavola contenuta in Memorie istoriche di Rimino e de' suoi signori artatamente scritte ad illustrare la zecca e la moneta riminese di F.G.B. pubblicate e corredate di note da Guid'Antonio Zanetti. - Boogna: Lelio dalla Volpe, 1789 - BIF, Raccolta Giuseppe Castellani e stampe, A/10/61

Statua civitatis Fani, a. 1450, lib. V, c.63, De vestibus et ornamentis mulierum et de prohibitis tempore nuptiarum - Sezione Archivio di Stato di Fano, Antico Archivio Comunale, Statuti, 1, c.99r - manoscritto membranaceo, mm. 370x260, di cc.116. Copertina moderna in pergamena applicata nel corso dell'ultimo restauro. Scrittura: minuscola umanistica. Murilo delle prime 31cc. e delle cc. originariamentenumerate 40-42 e 48-50 (tutto il primo libro e 40 capitoli del II). il manoscritto era integro all'epoca della edizione a stampa del Soncino del 1508, che ne riporta il proemio originale. la stesura degli Statuti terminò l'8 marzo 1450; furono approvati daSigismondo pandolfo Malatesta i 1 novembre 1451 (c.115v). I capitoli 63-64 e 66 sono dedicati al contenimento del lusso, per quanto riguarda specialmente il vestire femminile.

Comune di Fano - Statuta civitatis Fani. Fano: Girolamo Soncino, 1508 - BIF, Armadio B, Edizioni Soncino, 6



"Spesa fata per lee tovaglie de l'altaro del segnore", 1415 maggio 19 - 1416 ottobre 21 - Registro cartaceo, mm430x310, di cc. 347 (359 con gli allegati). Coperta moderna in pergamena, realizzata nel corso dell'ultimo restauro, che ingloba parte della coperta originale in pergamena (piatto anteriore e tre rinforzi dorsaliin cuoio). Scrittura: minuscola cancelleresca corsiva. - Libro di entrata e uscita, 27 novembre 1415-16 giugno 1416. Depositari del signore a Fano: Andrea bettini (fino al 30 settembre 1415) e Lorenzo Bettini (14 ottobre 1415- 1416). - Sezione di Archivio di Stato di Fano, Antico Archivio Comunale, Codice Malatestiano 21, c.327r.
Trascrizione:
A dì 19 de mazio 1415.
A Lunardo de Simone de Bezze per libre 4 d'oro filato e libre 4, onze 5de seta biancha e libre 2, onze 3 de seta verde elibre 1 a5 de seta de grana òla quale conperò in Vinexia de comandamento del segnore per fare le tovaglie de l'altaro del segnore, monta in summa comeapare in questo a folio 323 ducati setantactri, bolognini .X., denari .IIII.° di bolognini, vaiono a la moneta de Fano - I. 256 - 8
d.l
A dì 9 de mazio 1416.
A mastro Severino de Franzeschino da Rimino ducati diexe d'oro sono per parte de quello che de' avere madona Antonia soa mogliere che fa le tovaglie d'oro e de seta per l'altaro del segnore, posti a conto de ser Tomasso da Montefano dipositario del s. a libro T, a folio 6 vaiono - I. 35 - s.0 - d.0
A dì 28 deto.
A ser Ziane Savino e per lui a Michiele, so nevode, ducati quaranta sie a bolognini 40 l'uno, son per libre .IIII.° d'oro filato ch'el mandò da Vinexia per le dite tovaglie del segnore, posti a conto del dito ser Tomaso al libro T a folio 3 - I.161 - s.0 - d.0
A dì 21 d'octobre.
A mastro Severino sopradecto ducati .III 1/2 a bolognini 40 l'uno sono per parte de quelo che de' avere madona Antonia soa moglie per fatura de le dite tovaglie, posti a conto del dito ser Tomasso al libro T, a folio ***vaiono - I. 12 - s.5 - d.

Membri di datii del comuno de Fano dechiarati et reformati per li prudenti homini et egregii Tadiolo decelle, Nicola de Vanni, Simone de beccie, Stefano de Ugulinello, a questo spetialmente deputati al tempo del nobele homo ser Molduccio di Bochacci da meldola honorevele refferendario et officiale maiore de le gabelle del dicto comuno per lo magnifico et excelso signore nostro meser pandolfo de Malatesti. - Manoscritto membranaceo, mm 310x230, di cc.30. Coperta in cuoio che riveste i due piatti in legno, restaurata successivamente alla redazione dell'inventario dello Zonghi. Il manoscritto contiene i "Capitoli de la gabella del comune di Fano", emanati daPandolfo nel 1386 e stampati dal Soncino nel 1508in appendiceagli Statuti di Fano, ealtri ordini e decreti promulgati dallo stessopandolfo, daSigismondo Pandolfo Malatesti e da altri, e via via aggiunti nel manoscritto. Da c. 9r a c.11v: sono riportati elenchi di merci ("membri di datii"), cominciando con i "Membri del datio de la merciaria", compilati all'epoca di pandolfo Malatesti. -
Sezione di Archivio di Stato di Fano, Antico Archivio Comunale, Codice Malatestiano 3, c.9r.

Liber sive quaternus continens in se deputationes offitialum, commissiones, bannimentorum relationes et alias diversas scripturas, 1367 - 1368  --  Quaderno cartaceo, mm 300x240, di cc. 44. Coperta in pergamena originale. Di mano del notaio Barnabuctius Oddonis de Ripatransone, notaio ufficiale di Cortesia del Lambertinis di Bologna, vicario della città e comitatodi Fano per conto di Galeotto Malatesti (... + Cesena 1385). Contiene una raccolta di ordini, bandi, nomine ed elenchi di pubblici ufficiali, sentenze, emanati da Cortesia Lambertini, in qualità di vicario di Fano. E' il più antico dei Codici malatestiani, testimone della dominazione di Galeotto Malatesti du Fano. - Sezione di Archivio di Stato di Fano, Antico Archivio Comunale, Codice Malatestiano .

Spese fatte per il ritiro di due giornee guarnite d'argento date in pegno a Firenze, 1421 maggio - Quaderno cartaceo, mm 310 x 240, di cc.36. Coperta moderna in pergamena applicata nel corso dell'ultimo restauro. Scrittura: minuscola cancelleresca corsiva. Come gli altri quaderni che compongono il codice 24, contiene le tavole delle ragioni, cioè i riassunti delle entrate e delle uscitye, compilati mensilmente dal depositario del signore in Fano, in questo caso Tommaso di Montefano. La registrazione di c.17r è relativa a due capi di abbigliamento preziosi, due giornee (sopravvesti maschili aperte davanti e sui fianchi ma strette in vita) rifinite d'argento, che proprio pe rla loro preziosità erano state date in pegno a tale Ixaie Martelini da Firenze. - Sezione di Archivio di Stato di Fano, Antico Archivio Comunale, Codice Malatestiano 24/6, c.17r.

Pagamenti a calzolaio e sarti, 1423 febbraio 8-10 - manoscritto cartaceo, mm 310x240, di cc. numerate 400. Coperta moderna in pergamena applicata nel corso dell'ultimo restauro. Scrittura: minuscola cancelleresca. Registro di entrate e spese del massaro Maxio da Cesena, 1 dicembre 1421-2 gennaio 1426. Le uscite per acquisto di calzature, tanto per il signore quanto per altri membri della corte, sono così frequenti nei Codici malatestiani da far ritenere che l'uso di scarpe fosse diffuso alla corte di Pandolfo III Malatesti. Nella stessa carta è ricordato anche l'acquisto di uno "zubarello" (zuppatello) per un paggio del signore. Sezione di Archivio di Stato di Fano, Antico Archivio Comunale, Codice Malatestiano .

1423 febbraio 8 - Michilino calzolaro per otto para de scarpe per li famigli da la stalla, ducati uno, bolognini vinti quatro - d.1 - s.24 - d.0

1243 febbraio 10 - Iacomo d'Arimino et magistro Christovano sarti per uno zubarello de pignilato bianco novo comperato da lui per Ghalaotto de francino da Arimino pagio del signore, bolognini vinti otto - d.1 - s.24 - d.0

Libro de tutte le musstre de y soldati da pè et da chavallo, 1406-1409 - Manoscritto cartaceo, mm 410x300, di cc.200 (di cui scritte solo le prime 104). Coperta originale in pergamena, in buono stato di conservazione, con due nervi passanti sul dorso in pelle rossa a sezione piatta; sul piatto anteriore cuciture in pelle rossa, così come sul margine del risvolto del piatto posteriore. Sul piatto anteriore titolo originale e segnatura "B" in caratteri onciali. Scrittura: mnuscola cancelleresca. Contiene le mostre (ispezioni periodiche) di podestà e castellani al servizio dei malatesta nel territorio di Fano e del suo comutato.
Sezione di Archivio di Stato di Fano, Antico Archivio Comunale, Codice Malatestiano .8

Pagamenti a Zannecta de Franza ricamatrice, 1421 settembre. Quaderno cartaceo, mm320x240, di cc.64. Coperta moderna in pergamena applicata nel corso dell'ultimo restauro. Scrittura: minuscola cancelleresca. Come gli altri quaderni che compongono il codice 24, contiene le tavole delle ragioni, cioè riassunti delle entrate e delle uscite, compilati mensilmente dal depositario del signore in Fano, in questo caso Tommaso di Montefano. Oltre ai pagamenti alla ricamatrice, nella stessa carta: "A Antonello pilizaro per quindexe pelle de martora comparate da luy per lo segnore bol. 10 l'una monta duc. 3 bol. 3.0 vagliono, i.13 - s.2 - d.6".

A maestra Zannecta de franza recamadrixe ducati quatro fo de comandamento del segnore, vagliono i, 14 - s.0 - d.0

Spese per acquisto di stoffe, vestiti, pellicce "de chomandamento del segnore", 1418 agosto 21 - 1419 settembre 26 - Registro cartaceo, mm 430x300, di cc. numerate 306. Coperta moderna in cuio bruno. Scrittura: minuscola cancelleresca corsiva di una sola mano. Libro di entrata e uscita, 27 novembre 1416-22 agosto 1426. Depositario del Signore a Fano: Tommaso di francesco da Montefano. Le cc. 2-154 sono dedicate alle entrate; le cc. 160-294 alle uscite. A c.160r inizia la lista dei "Denari pagati per chomandamento del Segnore". tra questi, numerosi sono i panni acquistati per farne dono: a ser Piero Turco per farne un vestito, a serAntonio da Meldola perconfezionare una pellanda (ampia sopravveste aperta davanti e sul fianco) per la moglie; ai fraticelli della selva di San Biagio per farne vestiti. A c.161r dello stesso codice figurano varie altre spese per acquisto di pelli, stoffe e altro, questa volta per l'abbigliamento del Signore (161r). Sezione di Archivio di Stato di Fano, Antico Archivio Comunale, Codice Malatestiano 33, cc.167v-168r.

1419 settembre 26 - A guido da Imola pilizaro in Fano e ai compagni per 3 pelede martore comparate da loro per lo segnore, bolognini 36 e per conzidura de III pele de martore bolognini 19, in summa bolognini LV posti a libro T, a folio ***, vaiono - I.4 - s.16 - d.3

A se Molduzio se Bochazzi da meldola, referendario del segnore, ducati novanta sono per una pelanda ch'el segnore donò a la dona de messer Antonio figliolo del dito ser Molduzio, come apare per letera del segnore, fata in Vinexia, a dì 4 de luglio 1419, posti a libro T, a folio ***, vaiono - I.315 - s.0 - d.0

A mastro Cristofano da Rimino sarto per la fatura de doi penoni da tronbe per li tronbadori del chomune e de 11 bandiere dei fanti a pié e per seta e franze e pano de lino, in summa ducati quatro bolognini vinte nove posti a conto del dipositario, a libro T, folio ***, a la moneta de fano I.16 - s.10 - d.9


Dopo la visita alla splendida Sala dei Globi che proprio questa estate aveva visto l'esposizione Mirabilia di cui ho già trattato qui ci siamo diretti verso la Rocca Malatestiana, un po' di corsa in verità perché iniziava a piovere con intensità, una pioggia fredda, quasi neve.
Tra una goccia e l'altra ci siamo soffermati a osservare due delle cinque case-torri rimaste in città e delle quali ammetto che ignoravo totalmente l'esistenza: una è quella della Farmacia Bartolelli in via Nolfi e la torre di S.Elena, anche questa in via Nolfi, nata come casa-torre e diventata in seguito torre campanaria della Chiesa di S. Croce dell’Ospedale degli Infermi.

Rocca Malatestiana

Opera dell'architetto Matteo Nuti aveva in origine una struttura diversa, nei secoli rimaneggiata per adeguarsi alle diferse esigenze belliche soprattutto con l'avvento della polvere da sparo. In origine esisteva una rocchetta che fu in seguito inglobata nell'edificio.
Oltre all'episodio del rogo dei libri contabili del 1431 citato sopra fu luogo di un'altra sommossa nel settembre del 1791 sulla scia delle campagne napoleoniche quando la popolazione si ribellò al Governatore pontificio, entrò nella Rocca e diresse i cannoni contro la città.

La visita si conclude qui.
Tra un mese aprirà, restaurata, la sala archeologica del Museo Civico, ogni seconda domenica del mese vengono organizzate visite guidate al Museo Archeologico e Pinacoteca con ritrovo in Piazza alle 10.30... io ve l'ho detto...

sabato 17 febbraio 2018

Italo Calvino - Il Visconte dimezzato



Una parabola dal sapore cristiano sulla necessità di essere / possedere sia il bene che il male, sull'essere buoni e cattivi, sull'essere interi per essere umani.

Il solo male è sicuramente nocivo ma altrettanto può esserlo il solo bene tanto che i lebbrosi si ritroveranno a pensare che "delle due metà è peggio la buona della grama".

Della parabola riprende la moralità senza pedanteria e la semplicità. Calvino parla ai ragazzi, agli adulti, ai colti e ai curiosi, non serve grande cultura letteraria per comprendere questo racconto, serve capacità di astrazione.
Piacevolmente leggero, sorprendentemente semplice eppure ricco di spunti per pensare, meditare, astrarre.

Lo scopo dell'opera lo rivela proprio Calvino nella nota al testo del 1960: 

"Quel che mi interessava, il dimidiamento. Dimidiato, mutilato, incompleto, nemico a sé stesso è l'uomo contemporaneo; Marx lo disse "alienato", Freud "represso"; uno stato d'antica armonia è perduto, a una nuova completezza si aspira. Il nocciolo ideologico-morale che volevo coscientemente dare alla storia era questo. Ma più che lavorare ad approfondirlo sul piano filosofico, ho badato a dare al racconto uno scheletro che funzionasse come un ben connesso meccanismo, e carne e sangue di libere associazioni d'immaginazione lirica."

In fondo rimane una parabola sul bene e sul male e sulla necessità di entrambi.

Ci sono due particolari però che non mi sono del tutto chiari, e sui quali posso fare supposizioni
http://www.eleniaberetta.com/Il-Visconte-Dimezzato

Il primo riguarda i nomi: il dottor Trelowney porta il nome di uno dei personaggi dell'Isola del Tesoro di Stevenson, precursore dell'indagare, svelare, citare le teorie del doppio con Jekyll-Hyde. Ora secondo me laddove per Stevenson le teorie del doppio, del bene e male racchiusi nella medesima natura umana, costituivano l'innovazione, per Calvino invece il doppio è ormai la normalità così come lo è per noi ed è per questo che l'innovazione è ora il dimidiamento, il dimezzamento che non è solo la frattura bene/male ma è la frattura all'interno dell'Uomo, l'uomo spezzato. 

Mi torna in mente Eliot, i frammenti della Terra Desolata con cui puntellava le sue rovine, poesia come insieme di frammenti... il dottor Trelawney che si affanna a bendare, fasciare, ricongiungere le due metà del Visconte facendo combaciare viscere e arterie, ricongiungendo frammenti, puntellando rovine.
L'artista del primo Novecento in crisi d'identità cercava un nuovo rapporto con l'arte e nuovi modi per esprimersi per distaccarsi dagli ingombranti padri del Canone che sembravano possedere verità assolute e sicurezze laddove il poeta moderno era insicuro e tremante e non si ergeva più a dispensatore di verità (cfr. Montale "Non chiederco parola").
Allo stesso modo anche l'uomo del secondo dopoguerra è alla ricerca di un nuovo rapporto con la realtà, l'insicurezza, la zoppia hanno pervaso la società tutta, il senso di ribellione verso la società dei padri si sta insinuando e di lì a qualche anno esploderà in minigonne, caschetti e jeans, in desideri di parità e uguaglianza.  

"Alle volte uno si sente incompleto ed è soltanto giovane."

E giovane era la società in cui Calvino si muoveva. Una società che avvertiva il senso di incompletezza come una sorta di epoca adolescenziale alla ricerca di identità.

Il secondo particolare è relativo alla determinazione temporale. Il riferimento ai turchi in Boemia e alla cacciata degli Ugonotti dalla Francia localizza il racconto nel Seicento, le guerre ottomano-Asburgiche coprono un arco di tempo che va dalla prima metà del Cinquecento alla fine del Settecento. La cacciata degli Ugonotti di cui parla Calvino (cap. V) si può far risalire a subito dopo il 1685 quando re Luigi XIV revocò l'Editto di Nantes dando inizio al clima di persecuzione in Francia.
Il riferimento poi al capitano Cook e all'Australia ci porta nel Settecento, precisamente nel 1770.
Questa fluidità temporale può risultare destabilizzante: nella maggior parte della narrazione siamo di fronte a una storia straordinaria inserita in un contesto abbastanza storico e coerente finché non si prendono in considerazione i riferimenti a Cook e all'Australia che faranno sicuramente storcere il naso ai puristi della coerenza logica, ma contribuiscono al generale clima fiabesco.

George Martin - La Principessa e la Regina


Confesso di aver comprato il libro perché avevo un buono da spendere e ho letto solo il racconto di Martin, l'unico che mi interessi al momento.
Prometto di leggere anche gli altri in futuro anche se la forma del racconto non è la mia preferita. 
La storia narrata da Martin è quella relativa alla Danza dei Draghi ovvero la guerra civile nata dai problemi di successione a re Viserys I tra la primogenita della prima moglie Rhaenyra e il primogenito della seconda moglie Aegon.
Se vi aspettate la prosa dei libri del Trono di Spade rimarrete delusi e rimarrete delusi anche se vi aspettate qualcosa simile al Cavaliere dei sette regni: assomiglia di più a una cronaca di arcimaestro, la narrazione è più simile al librone delle Cronache e, è ormai risaputo, il racconto rientrerà ampliato nel progetto editoriale di Fire and Blood, ovvero il GRRMarillon, la storia di Westeros e dei Targaryen dall'origine fino alla Ribellione di Robert.
Se avete fame di draghi e di informazioni su di loro... anche in questo caso resterete delusi: non c'è nulla di più di una cronaca di attacchi e morti.
Al momento il racconto è superfluo in quanto le sue parti principali si ritrovano nel Librone delle Cronache perciò se ne state meditando l'acquisto siete in tempo per ripensarci: non ne vale la pena, il solo vero motivo per l'acquisto può essere l'astinenza da prosa di Martin ma allora tanto vale rileggersi i libri del Trono o esplorare la parte fantascientifica della produzione letteraria di Giorgione.

domenica 11 febbraio 2018

Italia Longobarda di Stefano Gasparri - Per ridare dignità a 200 anni di storia italiana



Eccomi finalmente giunta al terzo e ultimo libro della sfida-Medioevo sui Longobardi.

Per una maggior godibilità filologica raccomando caldamente la lettura dello studio di Stefano Gasparri solo dopo la lettura di Storia dei Longobardi di Jarnut e ovviamente dopo Paolo Diacono, fonte primaria, seguendo così anche l’evoluzione degli studi sui Longobardiun filo temporale: Jarnut pubblica nel 1982, Gasparri trenta anni dopo nel 2012 e la prospettiva, vuoi per la nazionalità degli autori, vuoi per gli studi, le scoperte e le analisi di studiosi del popolo Longobardo è totalmente ribaltata.

Avevo già accennato qui di come la parentesi longobarda mi fosse sembrata non tanto un’epoca di barbarie e oscurità come per tanti secoli è stata descritta ma un punto di svolta epocale per l’Italia, perno del cambiamento tra la visione mediterranea e quella continentale del nostro Paese e con l’opera di Gasparri ho avuto piena conferma delle mie teorie.

I 200 anni di dominazione longobarda vengono visti da una prospettiva rivoluzionaria. Tabacco fu tra i primi a vedere in chiave positiva l’arrivo dei Longobardi in Italia, un punto di rottura con il passato che ha impresso un forte cambio di direzione alla penisola che prima aveva il suo baricentro nel Mediterraneo e poi fu sempre più tendente al Continente.

LE FONTI
Gasparri mette a confronto l’Editto di Rotari, unica fonte coeva del VII secolo con i ritrovamenti archeologici, pochi e maltrattati, i corredi funerari, i resoconti dei processi, gli atti catastali… lì dove la storiografia classica aveva affrontato il tema dei Longobardi solo tramite le fonti letterarie accreditate di Diacono, dei Liber pontificales e dell’Historia Francorum, ovvero fonti tarde e filtrate politicamente in senso anti-longobardo, Gasparri va oltre e mette alla prova le fonti classiche riuscendo più volte a scoprire i punti deboli, le storture e le manomissioni. E’ proprio vero che la storia la scrive chi vince, in questo caso vinsero i Franchi e il Papa e per più di un millennio la loro è stata l’unica versione.

L’INTEGRAZIONE
Studiosi come Jarnut hanno sempre lamentato le scarsissime tracce lasciate da questo popolo aspettandosi di trovare tra i reperti archeologici divisioni marcate di ciò che era longobardo o romanico senza considerare il fatto che forse l’integrazione tra Longobardi e Romanici aveva portato di fatto alla scomparsa degli elementi divisivi tanto che a pochi decenni dalla conquista non si riuscivano più a distinguere case romaniche da quelle longobarde, tombe romaniche da quelle longobarde… Jarnut sottolinea le differenze e divisioni tra i due popoli, Gasparri i tratti comuni e l’integrazione. Questo libro dimostra che il popolo italiano in quei due secoli combaciava con il popolo longobardo e che l’integrazione era stata abbastanza veloce, intuizione dimostrata anche dal fatto che il primo scritto longobardo, l’Editto di Rotari del 643, sia redatto in lingua latina.

IL RAPPORTO CON LE GERARCHIE RELIGIOSE
Altro aspetto molto interessante di questo studio è l’analisi delle gerarchie religiose che non furono affatto massacrate, profanate e smembrate come fanno credere sia Paolo Diacono sia i Liber Pontificalis coevi ma funsero da patteggiatori, interlocutori tra i Longobardi e il mondo bizantino. Se è vero che gli ecclesiastici di rango senatorio seguirono le corti bizantine e romane lasciando buona parte dei territori conquistati è anche vero che il clero medio-basso continuò la sua opera all’interno del mondo longobardo tanto che già venti anni dopo la conquista l’erede al trono Adaloaldo venne battezzato secondo il rituale cattolico.

E’ interessante l’analisi di Gasparri sulle relazioni tra le gerarchie religiose e i Longobardi: da un lato sottolinea come l’assenza di un clero “alto” che potesse fungere da consiglio del re abbia di fatto impedito al Regno longobardo di diventare quella potenza politica che diventò il regno franco pochi anni dopo con i Carolingi proprio grazie all’aristocrazia ecclesiastica. Questa mancanza è tangibile proprio nella letteratura coeva fatta soprattutto di atti giudiziari e codici di leggi. Mancano in toto, se si esclude L’Origo Gentis Langobardorum e Paolo Diacono, l’una perduta e l’altra redatta dopo la fine del Regno Longobardo, le cronache e le lettere, veri strumenti di propaganda politica come sia il papa sia i Carolingi hanno dimostrato in seguito. La mancanza di un consiglio esperto degli affari della Penisola e di una buona propaganda si noterà poi nelle divisioni interne del regno e nella mancanza di una dinastia reale forte come tra i Franchi, appoggiata dal papa e dal senato ecclesiastico e tutto ciò contribuirà purtroppo alla caduta del Regno.

Inoltre gli stessi re Longobardi, che nel diritto tenevano molto in considerazione il patrimonio, da Liutprando in poi agevolarono sempre più i lasciti a chiese e monasteri rendendoli di fatto sempre più forti, ricchi e influenti come istituzione… in poche parole hanno minato le proprie stesse basisi sono praticamente scavati la fossa da soli: l’istituzione del papato era praticamente ininfluente dopo la guerra gotica: il papa non era altro che il capo di un istituzione religiosa di stanza a Roma e sottoposto all’autorità del duca di Bisanzio. Poi Bisanzio si allontanò dall’Italia per vari motivi e i re longobardi non furono in grado di riempire il vuoto di potere venutosi a formare. Di fronte a questa incapacità altre due potenze presero il sopravvento: il Papa e Carlo Magno.

Il capitolo V del saggio narra la caduta o meglio narra di come è stata riportata la caduta del regno longobardo nei testi partendo ovviamente sempre dalla letteratura papale e carolingia ma dando anche ampio spazio a testimonianze di origine longobarda che ancora nel IX secolo parlavano di Desiderio e di Adelchi come eroi.

Grazie grazie grazie dunque a Stefano Gasparri che ci consegna una visione rivoluzionaria dei duecento anni del regno Longobardo collaborando così a gettare sempre maggior luce su quegli anni lontani nel tempo e resi oscuri da una storiografia redatta dai vincitori.